“Quell’uomo andava aiutato”
Pubblicato il 05/02/2010, 09:02:10 | Da Luigi Scardigli | Categoria: il precedenteChissà come avrei reagito io, tredici anni fa, se al mio fianco non ci fosse stata mia moglie Rosalba, i miei figli e il loro inesauribile amore. Lui dopo il licenziamento non ha pensato a niente, solo a riavere il posto di lavoro. Forse si è sentito, in modo eccessivo, la vittima di una congiura”. Il recente e drammatico accadimento di cronaca nera consumatosi pochi giorni fa a Montecatini ha riportato indietro nel tempo Stefano Lenzi – più noto a tutti con lo pseudonimo di “Cecco” – e più precisamente a quell’ormai lontano ma comunque indimenticabile 2 aprile 1997, quando il Comune di Ponte Buggianese, dopo una serie infinita di reciproche scaramucce professionali e legali, decise di licenziarlo. Anche lui, proprio come Silvano Condotti, l’omicida-suicida di Montecatini, faceva l’autista dello Scuolabus, ma l’epilogo delle due storie, giuridicamente simili tra loro, è stato ben diverso. “Sono in attesa della sentenza del Consiglio di Stato” – racconta Stefano Lenzi, ancora dipendente del Comune in vista dell’inappellabile sentenza, ma comunque pensionato. “Quei giorni, terribili, sono per fortuna lontani, ma riesco ancora a ricordare tutta l’amarezza e il disagio sofferti. Sapete, in un posto così piccolo come Ponte Buggianese, si fa presto a santificare una persona, così come a gettarla nel rogo e lo ricordo ancora, in quei giorni, quanti falsi amici mi voltarono le spalle, senza nemmeno conoscere a fondo l’esatta dinamica degli accadimenti”. Dovizia di particolari che Stefano Lenzi non si perita di elencarci, dalla richiesta dei benefici della legge 104 per accudire il vecchio e infermo padre, agli intraducibili silenzi da parte dell’Amministrazione comunale, fino alle inevitabili vie legali, la bufera dello scontro diretto, il muro contro muro e il licenziamento. Ma non è per questo che ci siamo rivolti a lui. Dal palazzo comunale di Montecatini riecheggia ancora il dolore di due morti: la prima, Giovanna Piattelli, vittima innocente di un raptus del suo carnefice e la seconda, quella di Silvano Condotti, giuridicamente colpevole, ma forse la vittima più illustre, perché indifendibile. “Me lo ricordo bene Silvano – continua Stefano Lenzi, inanellando altri preziosi tasselli alla memoria – lo conobbi proprio negli ultimi anni del servizio al comune del Ponte. Venne a fare qualche sostituzione come autista dello Scuolabus. Quel lavoro, per lui, era tutta la sua vita. A quel volante, quel pullmino, quei ragazzi non avrebbe mai potuto rinunciare. Erano la loro l’unica fonte di realizzazione: grazie a quel lavoro, la vita, gli aveva dato l’illusione di sorridergli”. Ma furono proprio quei ragazzi la fonte dei suoi contrattempi. L’acceso diverbio con uno di loro finì in carte bollate e dopo qualche provvedimento disciplinare, nel 2004, il Comune di Montecatini si vide costretto a licenziare il proprio dipendente, dopo aver provato a mediare una situazione che era ormai precipitata. “Non conosco nei particolari la vicenda di Montecatini, ma sono sicuro che chi di dovere sarebbe dovuto intervenire in tempo e fare in modo che la situazione non finisse nella tragedia. E non mi riferisco al suo tragico epilogo, ma ai tempi dei primi contrattempi. Quel ragazzo, quel lavoratore, andava tutelato e vista la sua difficoltà ad interagire con il prossimo, andava diversamente utilizzato: lo Scuolabus, tanto per intenderci, lavoro particolarmente ingrato, oneroso e pericoloso, non era forse la sua collocazione ideale. Ricordo i miei primi anni di servizio, con anche cinquanta ragazzi a bordo su un mezzo che ne avrebbe dovuti contenere 34, in su e in giù dall’Anchione al Ponte, dal Vione alla Casabianca, con marmocchi non tutti educatissimi e rispettosi. Ricordo la fatica fisica e morale di avere a che fare con tanti giovanottini ed essere contemporaneamente il loro unico tutore, senza l’ausilio di nessuno”. Anche Stefano Lenzi, nonostante sia passato così tanto tempo, non riesce proprio a dimenticare del tutto quel trambusto che avrebbe potuto segnargli indelebilmente la vita. “Ogni tanto passo da qui, dalla scuola, a guardare i pullmini, che ora sono tre, quattro: ai miei tempi c’era solo il mio ed io ero l’unico autista. Non vi nascondo che tutte le volte che li vedo, questi autobus, un po’ di risentimento continuo a provarlo, ma forse dipenderà dal fatto che sono solo meno giovane di allora e si sa, invecchiando, ci inteneriamo più facilmente”
