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“Quella cocaina che non ho sniffato”

Pubblicato il 06/03/2010, 10:03:36 | Da Luigi Scardigli | Categoria: Il Caso
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castelli-family Ora ci sono Eleonora, la moglie e, il frutto del loro amore, Mattia, a riempirgli le giornate e a colorargli il futuro. Ma Massimo Castelli, 35 anni, è convinto che qualcuno, sette anni fa circa, il 3 luglio 2003, per l’esattezza, abbia giocato sporco nei suoi confronti, chiudendogli definitivamente la strada al calcio professionistico.
“Avevo da poco firmato un contratto biennale con il Frosinone – racconta Massimo, oggi ottimo centrale difensivo del Monsummano, in Promozione – dopo quattro stagioni fantastiche trascorse nel Teramo con la fascia di capitano e culminate con la promozione in serie C1. Fui sorteggiato per il controllo antidoping nella gara di ritorno dei playoff contro il Martinafranca: risultai positivo e, tra l’altro, alla cocaina. Non volevo crederci”.
Un innocente peccato di gioventù?
“No, una vergognosa montatura, che mi è costata la carriera. In Nazionale non ci sarei arrivato, ma un lustro tra la cadetteria e la C1 l’avrei fatto e con una media di contratto a stagione intorno ai 100.000 euro, fate un po’ voi il conto. Con me, a fare le analisi, c’era anche un altro calciatore transitato quell’anno nel Bari: non ho prove di nulla e non voglio alimentare sospetti che potrebbero sacrificare un altro innocente come me, ma quel torto subito resta indelebile nella mia vita umana e professionale”. castelli
Perché dopo varie peripezie lei venne assolto?
“Nel marzo di due anni dopo, per non aver commesso il fatto e non per insufficienza di prove. Pensate, anche i miei avvocati, dopo la sentenza di primo grado che mi squalificò a due anni, mi consigliarono di fare una mezza ammissione: dici che è successo in compagnia di ragazze straniere, una sera in discoteca. Mi garantivano che me la sarei cavata con otto mesi, poi, tutto finito, pronto per riprendere l’attività. Siccome ero innocente, e lo sarò per sempre, non volevo ricorrere a raggiri e stratagemmi dei quali non avevo alcun bisogno. Così ho sopportato tre gradi di giudizio e un calvario emotivo che sto ancora scontando, anche se il risarcimento, almeno morale, mi ha riqualificato in pieno”.
Nella politica (un parlamentare è risultato positivo al test, ma è restato anonimo) e nello spettacolo (Morgan su tutti, ma è solo l’ultimo anello di una catena lunghissima e non certo terminata), invece, la cocaina gode di maggior benevolenza. Perché?
“Perché il calcio e lo sport tutto, dove girano molti, troppi soldi, sono un altro mondo, per molti versi surreale, che dovrebbe fondarsi sul principio della lealtà. Non è così, ma non è certo con la cocaina, tanto per scendere nei dettagli, che si infrangono le regole. Uno sportivo che fa uso di coca è assai più vulnerabile dei suoi colleghi integri e onesti, e non solo al controllo antidoping”.

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