Cardelli, il libero ideale di Sacchi
Pubblicato il 04/12/2009, 08:12:11 | Da Roberto Grazzini | Categoria: la bizona“Je ne regrette rien”. Non rimpiango niente. La più bella canzone dell’usignolo Edith Piaf è la colonna sonora ideale per accompagnare quelle che sono state le gesta, restando nei francesismi, dell’enfant prodige del calcio montecatinese. Stiamo parlando di Massimo Cardelli, ragazzo dalla faccia pulita e dai modi garbati, nato (nel 1966) e cresciuto “Sottoverga” nonché campione predestinato che forse non ha raccolto tutto ciò che avrebbe meritato. Per chi non ha avuto la fortuna e il privilegio di conoscerlo, diciamo che la sua storia calcistica comincia nei ragazzini del Montecatini del maestro Cardelli (nessuna parentela solo un omonimo). Già dai primi calci si capisce che Massimo ha delle grandi capacità tecniche, ma soprattutto è un piccolo condottiero in campo. Gioca davanti la difesa e la visione totale del campo unita alle naturali dosi di posizione e alla spiccata personalità gli permettono, già in tenera; età di comandare il gruppo.
15 anni è capitano di quella fantastica formazione Berretti (il Montecatini era allora in C2) che approderà alla finali nazionali. Gioca con gente maggiorenne che gli obbedisce alla lettera. Impossibile che l’Empoli, da sempre un passo avanti a tutti nella scoperta dei giovani talenti, non lo noti. L’anno dopo è in casacca azzurra. Un effetto cromatico dal doppio significato perché oltre al colore sociali del club empolese è anche quello della Nazionale Under 16. Lui pensa alla difesa, Roberto Baggio all’attacco. Una stagione fantastica che si chiude con il prestito alla Fiorentina. Lì diventa il pupillo di Arrigo Sacchi nella Primavera viola. E’ perfetto nel chiamare il fuorigioco, alzano la mano ed urlando verso il guardalinee. Ancor più perfetto nel far salire la squadra come un elastico sincronizzato. “Massimo, fai tornare dietro Bortolazzi (ex secondo di Donadoni in Nazionale ndr) che mi tiene lunga la squadra” – gli urla il tecnico di Fusignano di cui ricorda le interminabili doppie lezioni tattiche, prima a lui poi alla squadra. Di Massimo si fidava ciecamente. Intanto dall’allora “Bar Ilio” al sabato partivano le “macchianate” per andare a vedere “il Cardellino” giocare al campo militare. Papà Valerio seguiva in disparte, senza dire una parola, ma qualche volta sorridendo. “Sono stati due genitori fantastici che non hanno mai interferito nella mia carriera, lasciandomi libero di crescere” – dice Cardelli, che ci incontra nel suo appartemento di Via Pastrengo. Niente fa pensare ad una casa di ex calciatore ora allenatore. I ricordi sono in un cassetto, accuratamente ordinati. Alle pareti solo quadri. “Le senzazioni non sono da appendere, ti restano nel cuore” – taglia corto. Come il giorno che nasce la sua niportina, figlia della sorella Valeria, mentre lui giocava allo stadio dei Pini per le finali del Torneo di Viareggio. La folgorante annata del libero montecatinese non passa inosservata e la stagione successiva “Picchio” De Sisti lo porta in ritiro con la prima squadra. Tante convocazioni, ma nessun debutto. Nel frattempo esordisce con la nazionale juniores dove i compagni di reparto sono nientemeno che Luppi e Ciro Ferrara e vince il “Quattro Nazioni”. Silvano Bini, padre padrone dell’Empoli (e del suo cartellino) decide che è arrivato il momento di riportarlo nel club d’appartenenza. Il ragazzo è maturo. Ma lo era anche prima sotto tutti i punti di vista. L’Empoli, allora come adesso in serie B, guidato da mister Salvemini inizia la stagione in un girone di ferro di coppa Italia. L’Inter e l’Avellino sono le due compagini di serie A contro cui giocarsi la qualificazione. Il Castellani è indisponibile per i lavori di ristrutturazione e quel vecchio volpone di Bini, per la partita interna con l’Avellino, sfruttando l’effetto Cardelli, emigra al Mariotti. Già un’ora prima del fischio d’inizio i 4500 posti fra tribuna e gradinata sotto tutti occupati. Un applauso scrosciante accompagna l’ingresso in campo di quel ragazzino che dopo pochi minuti di gara stende, al limite del regolamento e dell’area di rigore, Ramon Diaz, portandogli via il pallone. L’applauso diventa un boato e l’incitamento “Massimo, Massimo” anticipa di vent’anni la nota acclamazione nel film “Il Gladiatore”. Stessa sorte, in altra sede, tocca a Rummenigge, nel turno successivo. E’ titolare inamovibile per i primi due mesi di campionato. Poi Salvemini, a cui piacciono i giovani, ma preferisce far giocare i veterani, lo sostituisce con Picano, che ha il doppio dei suoi anni. A distanza di tanto tempo, con umiltà disarmante, Cardelli difende la scelta del mister: “Ha fatto bene. Ero troppo giovane e lui per guidare la difesa voleva un giocatore esperto. Non gliene faccio una colpa, anzi lo ringrazio per avermi dato un’opportunità che tanti giocatori non avranno mai”. La vita da professionista l’ha fatta sin da piccolo. Nessun grillo per la testa, nessuna discoteca né cene fuori orario. “Del resto ho avuto tre grandi maestri di vita: il maestro Cardelli che mi ha insegnato quanto è bello il gioco del calcio, mister De Min con cui ho affinato i primi rudimenti del mestiere, capendo e apprezzando pure la cultura della sconfitta e mister Donati, imbattibile nell’arte di infondere grinta e determinazione. Con questo bagaglio ho appreso poi il meglio dagli altri allenatori che ho avuto. Ognuno mi ha insegnato qualcosa che mi è servito non solo sotto il profilo calcistico. Come non ho mai pensato che sul football fosse basato il resto della mia esistenza”. Tornando alla carriera, dopo aver collezionato una ventina di presenze fra coppa e campionato e preso il diploma di maturità, per il buon Massimo arriva il servizio di leva. In quegli anni va a giocare al sud: “quando vincevamo mi portavano primizie e pesce fresco, quando si perdeva dovevamo stare attenti alle gomme della macchina”. Poi Siena (era in C2) e sempre nella stessa categoria la Rondinella. Dopo la salita, la discesa, ma non la caduta. Approda in Serie D alla Colligiana e va la sua seconda scelta di vita, iniziando a lavorare come consulente alle vendite (stesso lavoro attuale) in una concessionaria, sia pure part time. E’ realista, concreto ed ha sempre saputo che prima o poi i sogni finiscono. Nel 1993 sposa Sabrina, suo primo grande amore, Presto arriverà Federico. Adesso gioca nel Via Nova e quando guarda ridendo le fotografie, non crede che quello possa essere il suo babbo. “Non ha i miei piedi, ma è un bravissimo ragazzo” – ammette il padre premuroso, accarezzandolo. C’è a un certo punto della carriera, un altro grande amore: la squadra di calcio del Montecatini, che lo aspetta a braccia aperte. Poco importa se fra i dilettanti. Lui fa parte di quell’undici che vincerà 4-0 allo “Strulli” un derby memorabile col Monsummano. Scherzi del destino: è proprio la società amaranto che tessera Cardelli per le sue ultime apparizioni da calciatore. “Cinque belle annate con un paio di promozioni che ricordo volentieri”. Alle soglie delle 36 primavere dice basta. Però, appese le scarpe al chiodo, si mette ad allenare. “Rigorosamente dopo il lavoro – puntualizza. Prima la Vergine e venendo ai giorni nostri la Pieve (quinta stagione in corso) di questa nuova esperienza. L’album si richiude, senza rimpianti. “Ho avuto un paio di infortuni gravi, ma ripeto mi ritengo molto fortunato. E vi dico che può dare molta soddisfazione allenare in seconda categoria, trovando gente che fa grossi sacrifici per essere presente e puntuale. Il calcio è cambiato. Non voglio dire che adesso è più o meno bello. Di sicuro i giocatori sono più tutelati. Magari, e qui bisogna che la famiglia e certe società si prendano le proprie resposabilità. Molti ragazzi vivono la loro avventura nel mondo del calcio, in un clima ovattato, troppo protettivo e quindi non si mettono mai in gioco. Non accettano la competizione pagandone dazio nella vita di tutti i giorni”. La chiacchierata è finita. Per Massimo è tempo di andare a lavorare. Più tardi, col buio, gli allenamenti. Ma va bene così. E’ una storia così “normale” quasi da sembrare una favola. E c’è, a nostro avviso, un gran bel lieto fine.
