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	<title>Il Giullare &#187; Fenomeni</title>
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	<description>Mensile di Approfondimento della Valdinievole e di Pistoia</description>
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		<title>Un fischietto pistoiese in Serie B.</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jul 2011 12:33:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Severi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fenomeni]]></category>

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		<description><![CDATA[In Via del Chiassone 31 c’è grande fermento. Sarà perché la sezione AIA (Associazione Italiana Arbitri) di Pistoia – che ha qui la sede operativa &#8211; è balzata agli onori della cronaca per gli importanti risultati ottenuti quest’anno. Infatti, ben quattro arbitri (su un totale di 130 associati, di cui 106 arbitri effettivi, 10 assistenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.ilgiullare.com/wp-content/uploads/2011/07/arbitri-0002.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4580" title="arbitri-0002" src="http://www.ilgiullare.com/wp-content/uploads/2011/07/arbitri-0002-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>In Via del Chiassone 31 c’è grande fermento.</strong> Sarà perché la sezione AIA (Associazione Italiana Arbitri) di Pistoia – che ha qui la sede operativa &#8211; è balzata agli onori della cronaca per gli importanti risultati ottenuti quest’anno. Infatti, ben quattro arbitri (su un totale di 130 associati, di cui 106 arbitri effettivi, 10 assistenti e 14 osservatori) sono stati promossi, raggiungendo addirittura l’ambita Serie B. Prima volta per la sezione pistoiese, nata nel 1927.</p>
<p><strong>Grande soddisfazione, quindi, per Massimiliano Irrati,</strong> trentaduenne di Lamporecchio, che maneggia fischietto e cartellini dal 1996. <strong>Il suo collega Tiziano Reni,</strong> invece, che di anni ne ha 29 ed è di Pistoia ha raggiunto la serie C, dopo aver cominciato la carriera nel 1998. <strong>Gli altri due neo promossi,</strong> l’anno prossimo calcheranno i campi della prima categoria a livello nazionale (Cai): <strong>Francesco Meraviglia, ventiduenne pistoiese e Matteo Frosini, 25 anni, sempre di Pistoia</strong>, hanno indossato la prima volta la divisa il primo nel 2006, l’altro nel 2001.</p>
<p><strong><a href="http://www.ilgiullare.com/wp-content/uploads/2011/07/FROSINI-MATTEO.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4581" title="FROSINI MATTEO" src="http://www.ilgiullare.com/wp-content/uploads/2011/07/FROSINI-MATTEO-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>“Diventare arbitro – ci spiega Massimo Doni, Presidente della Sezione dal 1994 – è una passione.</strong> Inizia una vita sociale e di aggregazione che non si esaurisce con la presenza in campo.”</p>
<p>Di fronte a dei veri fischietti, la domanda che più mi incuriosiva è stata: favorevoli alla moviola in campo? <strong>“In generale no – ci rispondono – perché toglierebbe spontaneità al gioco.</strong> Piuttosto, ben vengano i sentori sulla porta per scongiurare il cosiddetto gol fantasma, in assoluto l’episodio più difficile da valutare”.</p>
<p><strong>Aggiunge il presidente:</strong> “Chi segue il calcio, dovrebbe capire che l’errore arbitrale fa parte del gioco. L’offesa peggiore è essere additati come disonesti. Accettiamo le critiche, ma solo se costruttive”.   </p>
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		<title>Il libro di Moreno Pisto. “Figlio mio, ho un maestro. Si chiama VASCO ROSSI”</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jun 2011 13:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Giullare</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fenomeni]]></category>

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		<description><![CDATA[a cura di Alessandro De Gregorio Moreno Pisto (nella foto) è un paraculo. Anzi, il gran visir dei paraculi. Tranquilli, lui lo sa che avrei cominciato il pezzo così. E comunque è un complimento. Perché il libro che ha appena scritto e uscirà in questi giorni è allo stesso tempo un colpo di genio, una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>a cura di Alessandro De Gregorio</strong></em></p>
<p><strong><a href="http://www.ilgiullare.com/wp-content/uploads/2011/06/morenosiga1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4349" title="morenosiga" src="http://www.ilgiullare.com/wp-content/uploads/2011/06/morenosiga1.jpg" alt="" width="357" height="533" /></a>Moreno Pisto (nella foto) è un paraculo.</strong> Anzi, il gran visir dei paraculi. Tranquilli, lui lo sa che avrei cominciato il pezzo così. E comunque è un complimento. Perché il libro che ha appena scritto e uscirà in questi giorni è allo stesso tempo un colpo di genio, una sfacciata operazione commerciale, una ventata di freschezza. E’ un bel libro, anche se chi scrive è assolutamente di parte. Un libro originale, coraggioso, spietato.</p>
<p><strong>Moreno l’ha intitolato “Vasco per maestro” </strong>e non c’è bisogno della copertina per capire a chi si riferisca. Perché di Rossi ce ne sono tanti, ma di Vasco ce n’è uno solo. Moreno l’ha scoperto e poi seguito, dall’adolescenza a oggi. L’ha amato, l’ha odiato, ha cantato le sue canzoni, ha assorbito i suoi testi come tante migliaia di fan. Li ha fatti propri, li ha modellati sulla propria vita, sulle proprie emozioni, sui propri amori, mischiandoli con i successi e le esaltazioni e le sofferenze e le depressioni che hanno segnato il proprio percorso di vita.</p>
<p><strong>Ora Moreno, che non ha sessant’anni ma poco più della metà</strong>, ha messo insieme i pezzi di se stesso, li ha raccontati seguendo il filo delle canzoni di Vasco e li ha regalati a suo figlio Orlando, il secondogenito. Il più piccolino della tribù, quel batuffolo che gli ha cambiato la prospettiva con la potenza di uno tsunami. “Tutto quello che ho imparato sulla vita e che spiegherò a mio figlio” scrive Moreno nel sottotitolo.  E’ un dono enorme, rivoluzionario, quello che fa a Orlando. Perché l’autore (sorrido al pensiero di chiamarlo così…) si spoglia, resta nudo per davvero. Confessa. Tutto. Le droghe, il sesso, i tradimenti, le ombre del cuore, le debolezze.</p>
<p><strong>Prima ancora dell’introduzione,  Moreno mette subito</strong> le cose in chiaro con una poesia liberamente ispirata da “Padre” di Vasco:  “Figlio, ho commesso molti peccati. Ho tradito me stesso, più volte. Ho tradito tua madre. Ho fumato e bevuto troppo. Mi sono drogato. Mi sono toccato. Ho guidato sotto effetto di alcol e di droghe. Figlio, ho pagato per amare. Ho mentito e mento quotidianamente. Non mi fido di nessuno. Non credo in Dio. Bestemmio. Figlio, scusami per il tempo che non ti dedicherò. Non voglio vivere in eterno. Non penso molto alla salute. Non avrai altro padre al di fuori di me, che ti piaccia o no. Che il benvenuto tu sia”. Ecco, ci vogliono le palle solo per scrivere una cosa del genere. Ed è solo l’inizio.  Moreno canta Vasco e racconta se stesso. Le donne, l’amore, il sesso, la libertà, l’amicizia, la diversità, l’alcol, le droghe i sogni. C’è tanto Moreno ma c’è anche tanto</p>
<p><strong>Vasco in questo libro che si conclude</strong> con un’esortazione a Orlando:  “Vivi intensamente. Le emozioni. L’amore. Le donne. Il sesso. Gli altri. I tuoi sogni. Vivi per la storia, non per la cronaca”. Non è una lettura per puristi. Non è roba per moralisti. Ma ha una morale: vivere, sognare, dare il meglio di noi stessi. Per noi e per gli altri. Moreno, da quando lo conosco (e sono più di dieci anni) lo ha sempre fatto. Ha commesso errori e li ha pagati. Ne commetterà altri e non si tirerà indietro. Lo so. Ma è uno che assapora, apprezza e condivide. Come pochi altri. Moreno per chi non lo conosce è un giornalista. Ha cominciato a collaborare al Tirreno a Montecatini. Aveva la stoffa, si vedeva già a quei tempi. La sua stella a un certo punto lo ha portato a Milano. Ora è tornato a casa. Vive a Pescia con la sua spettacolare famiglia.  E’ cresciuto, sì, ma è rimasto lo stesso testone di prima. Curioso e indolente allo stesso tempo, pigro e iperattivo, svagato e sveglio. Sempre controcorrente, fuori dagli schemi. Un po’ come Vasco, che ha eletto suo maestro di vita. E sul quale ha cucito questa autobiografia.</p>
<p><strong><a href="http://www.ilgiullare.com/wp-content/uploads/2011/06/vasco.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4350" title="vasco" src="http://www.ilgiullare.com/wp-content/uploads/2011/06/vasco.jpg" alt="" width="269" height="425" /></a>“Maestro io? – scrive Vasco nella prefazione </strong>– Ma come, ho pensato quando ho visto il titolo, avranno dimenticato l’aggettivo “cattivo”, o forse lo aggiungeranno dopo. A prescindere dal fatto che non faccio il mestiere del maestro e che sono un esperimento pericoloso da non ripetere a casa, trovo che il titolo sia una bella provocazione di questi tempi. Ma cosa c’è poi scritto in questo libro? La verità, come l’arte, è negli occhi di chi guarda. Le mie canzoni parlano di qualcosa che è già dentro a chi le ascolta”. “Non so se Vasco sia un buon padre o no. Non mi interessa – scrive Moreno – So che buone sono le emozioni che riesce a trasmettere attraverso le sue parole, quelle che hanno segnato l’adolescenza e la gioventù di tante, tantissime persone, compreso me.</p>
<p><strong>Sensazioni che lo hanno fatto diventare uno di noi,</strong> al nostro fianco anche nei tempi più bastardi. Sensazioni che adesso vorrei trasmettere a mio figlio, mio figlio che ascolterà le sue canzoni ma che non potrà capire fino in fondo chi è stato e cosa ha significato quest’uomo con gli stivali, la pancetta, la barba incolta, la voce intrisa di Lucky Strike, gli occhi vispi, chiari e che parla per frammenti e aforismi come il filosofo Friedrich Nietzsche. Perché chi è Vasco è scritto qui dentro, non nelle sue biografie, nemmeno nelle interviste. Nelle emozioni. Punto”. Sei un grande, Moreno.</p>
<p><em><strong>L’articolo è stato scritto da Alessandro De Gregorio</strong>, giornalista de Il Tirreno (uno dei migliori che abbia mai conosciuto), amico e collega di Moreno Pisto. Moreno e Alessandro (l’altro, il terzo dei moschettieri, era Matteo Perniconi) sono stati la squadra che si contrapponeva a me, quando ancora inseguivo le ambulanze, per riempire le pagine de “La Nazione” di fatti di cronaca. <strong>Erano formidabili. Tra noi c’era rivalità, ma ci volevamo bene.</strong> Anche per questo, oggi sono orgoglioso di pubblicare questo pezzo. Che strana la vita.</em></p>
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		<title>Tiro con l’arco: una storia ricca di trofei.</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Mar 2011 08:49:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Grazzini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un viaggio all’interno della Compagnia Arcieri di Pescia [singlepic id=3121 w=320 h=240 float=left]L&#8217;arco, usato come arma ma anche come strumento di caccia, fu una delle prime grandi invenzioni dell’uomo primitivo nell’era paleolitica. I nostri antenati con questo semplice e rudimentale congegno, abbattevano prede imponenti già trentamila anni fa. Gli eserciti, col passare dei secoli, puntavano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium; font-family: book antiqua,palatino;"><strong>Un viaggio all’interno della Compagnia Arcieri di Pescia</strong></span></p>
<p><span style="font-family: book antiqua,palatino;"><span style="font-size: x-large;">[singlepic id=3121 w=320 h=240 float=left]L&#8217;</span><strong>arco, usato come arma ma anche come strumento di caccia</strong>, fu una delle prime grandi invenzioni dell’uomo primitivo nell’era paleolitica. I nostri antenati con questo semplice e rudimentale congegno, abbattevano prede imponenti già trentamila anni fa. Gli eserciti, col passare dei secoli, puntavano molto sulla mira degli arcieri per avere la meglio sui nemici di turno. La storia di cui ci occupiamo, ha inizio a un passo dalla Svizzera Pesciatina, “arredata” da boschi che ricordano un pò la foresta di Sherwood. Stiamo parlando della Contea del Nottinghamshire, patria di Robin Hood, uno che con l’arco aveva una certa dimestichezza.</span></p>
<p><span style="font-family: book antiqua,palatino;"><strong>Là predominano ancora querce e betull</strong>e mentre i boschi di casa nostra hanno nel castagno l’albero maestro. Al di là delle divagazioni floreali, il buon Robin, nascosto fra le frasche con la sua compagnia di ladri gentiluomini, rubava ai ricchi per dare ai poveri. Cosa che fortunatmente non fa la Compagnia Arcieri Città di Pescia, fondata ufficialmente nel 1981, esattamente trenta anni fa che, come associazione sportiva si propone lo sviluppo e la promozione del tiro con l’arco, sia a livello ricreativo che agonistico.</span></p>
<p><span style="font-family: book antiqua,palatino;"><strong>[singlepic id=3100 w=320 h=240 float=right]Il grande promotore di questa iniziativa </strong>fu Guerrino Braccini, che assieme a una decina di amici fra cui Roberto Monti, Luca D’Ulivo e Graziano Mazzoni, diede vita a tale associazione, sull’onda lunga del Palio dei Rioni di Pescia, ripristinato nel 1978. Il 2 febbraio del 1982 diventa una data storica per il sodalizio pesciatino che si iscrive ufficialmente alla Fitarco, la Federazione italiana di tico con l’arco. Poi iniziano le prime gare, i primi successi.</span></p>
<p><span style="font-family: book antiqua,palatino;"><strong>La società cresce e nel 1994,</strong> sulla spinta di un ulteriore rinnovamento, dopo quattro stagioni nel consiglio direttivo e di altrettante di competizioni come atleta, diventa <strong>presidente Marco Centini</strong>, tuttora al timone del club. E’ lui che ci accoglie nella sede, stracolma di trofei, poco lontano dalla piazza cittadina. “Quanta fatica e quanti sacrifici ci sono costati &#8211; esordisce con un sorriso a 32 denti &#8211; ma ne valeva davvero la pena”. Gli si illuminano gli occhi quando ricorda i momenti cruciali del sodalizio pesciatino. “Nel 1999 organizzamo, per la prima volta in Valdinievole, il campionato italiano a cui parteciparono oltre 600 atleti e sempre in quell’anno arrivò la prima medaglia d’argento con la squadra femminile nella specialità dell’arco nudo. L’anno successivo festeggiamo il primo oro sempre con le ragazze.</span></p>
<p><span style="font-family: book antiqua,palatino;"><strong>[singlepic id=3137 w=320 h=240 float=left]Adesso siamo a 53 titoli italiani,</strong> fra arco nudo, compound e arco olimpico, oltre a un centinaio di podi che ci hanno fruttato la Stella di Platino da parte della Federazione. Il prossimo obiettivo è la Stella di Rubino, che arriverà, speriamo presto, al 75° titolo nazionale vinto”.</span><br /><span style="font-family: book antiqua,palatino;">Per il presidentissimo l’arco è più che una passione. Fu una freccia scoccata da Cupido che fece sbocciare l’amore tra il buon Marco e Paola Peregrini, guarda caso, arciera anche lei. Un idilio forgiato nel Rione Santa Maria, fra un tiro e un altro, da cui sono nate Guia e Carlotta, (due e otto anni), già incuriosite dall’insolito sport praticato da mamma e papà. “Paola mi sopporta &#8211; spiega Marco &#8211; perchè sa quanto è dura questa disciplina che richiede concentrazione e preparazione.</span></p>
<p><span style="font-family: book antiqua,palatino;"><strong>In media ogni atleta si deve allenare</strong> tre ore al giorno e non facile per chi lavora trovare il tempo libero. Noi sfruttiamo la sera anche dopo cena . Ogni momento è buono” . Ma cosa spinge un giovane o un adulto a praticare il tiro con l’arco? ”Innazitutto non ci sono grandi problemi di età. Alle gare olimpiche partecipano pure persone mature se dotate dei giusti requisiti. Molte cose si apprendono ma come nella maggioranza degli altri sport conta molta la predisposizione. Poi gareggiare con l’arco risveglia istinti primordiali. E l’uomo non si tira mai indietro al richiamo della foresta” .</span></p>
<p><span style="font-family: book antiqua,palatino;"><strong>[singlepic id=3147 w=320 h=240 float=right]Al momento sono circa un‘ottantina gli atleti della Compagnia Arcieri Città di Pescia</strong>, quasi tutti “indigeni”, motivo d’orgoglio del club, che si preparano nella palestra di Valchiusa e in una zona aperta,messa gentilmente a disposizione da un privato. “Presto avremo a disposizione un campo di tiro nei pressi nello stadio dei Fiori &#8211; dice orgoglioso Centini &#8211; dove il 25 giugno verrano disputati i giochi della Gioventù.La Federazione ci ha messo a disposizione 2500 euro ma il resto dovremo mettercelo noi”.<strong> Il lato economico è il punto debole.</strong> “Non è certo uno sport dove un atleta può arrichirsi. Noi stessi ci autotassiamo per andare avanti. Ecco perchè il prossimo obiettivo che mi sono proposto sarà quello di poter pagare almeno il soggiorno ai nostri arcieri quando gareggiamo lontano da casa. Per molti può sembrare un piccola cosa. Ma non per l’Associazione che presiedo. Anzi, se mi permettete, vorrei fare un ringraziamento particolare al nostro sponsor, il Brandani Gift Group, nella persona di Lorenzo Brandani. per il prezioso contributo che dà alla nostra causa”.</span></p>
<p><span style="font-family: book antiqua,palatino;"><strong>Oltre all’incetta di titoli tricolori,</strong> la Compagnia Arcieri Citta di Pescia, società leader in Toscana, e tra le migliori a livello nazionale, può annoverare affermazioni in campo internazionale, come Universiadi, Campionati Europei e Mondiali, grazie alle punte di diamante rappresentate dai pluridecorati Sergio Pagni, Luciana Pennacchi e Marco Del Ministro. Ma un pensierino alle Olimpiadi di Londra non l’ha fatto nessuno? “La squadra è praticamente già fatta. Mi sa che dovremo aspettare altri quattro anni &#8211; sospira Centini &#8211; è un ulteriore stimolo per migliorare. Adesso però scusatemi che ho l’allenamento”. <strong>Già, il famoso istinto primordiale.</strong></span></p>
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		<title>Petroni, amico di Allegri. “Il mio calcio all’attacco per fare grande la Lampo”</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Feb 2011 10:07:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Grazzini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il tecnico di Capannori, anche ex calciatore professionista, allena da sette stagioni e ha già vinto tre campionati e una Coppa Toscana [singlepic id=3061 w=360 h=280 float=left]Sette stagioni in panchina, tre promozioni conquistate sul campo, una Coppa Toscana e restanti buoni piazzamenti. Numeri che testimoniano le capacità tecnico-tattiche del condottiero Andrea Petroni, allenatore per&#8230;caso. Nei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><span style="font-family: book antiqua,palatino;"><strong><span style="font-size: medium;">Il tecnico di Capannori, anche ex calciatore professionista, allena da sette stagioni e ha già vinto tre campionati e una Coppa Toscana</span> </strong></span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-family: book antiqua,palatino;"><strong>[singlepic id=3061 w=360 h=280 float=left]Sette stagioni in panchina</strong>, tre promozioni conquistate sul campo, una Coppa Toscana e restanti buoni piazzamenti. Numeri che testimoniano le capacità tecnico-tattiche del condottiero Andrea Petroni, allenatore per&#8230;caso. Nei sogni nel cassetto di questo attaccante di razza infatti non c’era quello di sedersi in panchina. Nato a Capannori nel ‘65, il longilineo quanto possente «Andreino», comincia a imparare i primi rudimenti del mestiere con la maglia della Lunatese, vicino casa. </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-family: book antiqua,palatino;"><strong>Gli osservatori della Lucchese vedono subito</strong> la stoffa del campione e così Petroni, dopo un breve trafila nella formazione Berretti, debutta giovanissimo tra i professionisti indossando la gloriosa casacca rossonera. Da Lucca passa alla Cuoiopelli, allora in serie C, dove comincia l’amicizia con <strong>Massimiliano Allegri</strong>, compagno di squadra e attuale tecnico del Milan. “Mi ha invitato tante volte a Milanello &#8211; dice parlando dell’ormai famoso «Acciuga» &#8211; ma non ci sono ancora andato. E’ un bravo ragazzo che sa quando scherzare e quando è il momento di fare sul serio». </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-family: book antiqua,palatino;"><strong>[singlepic id=3063 w=320 h=240 float=right]Gli anni più belli della carrier</strong>a arrivano con l’ingaggio a Reggio Calabria, uniti all’unico rimpianto della su carriera di calciatore. “In granata ho vissuto un’esperienza indimenticabile, culminata con la promozione in serie B. Lo sbaglio, dovuto alla giovane età, fu quello di non restare. Preferi tornare vicino casa e oggi mi resta l’inappagata curisosità di sapere cosa sarebbe cambiato nella mia vita”. Petroni fa ancora tanta «C» per finire poi la sua lunga attività di calciatore in Valdinievole. A 38 anni, nella stagione 2003-04, sotto la guida di msiter Matteoni è uno dei grandi protagonisti della Pieve (ahimè defunta) dei record. Poi dice stop. Ma mentre continua ad occuparsi della ditta di famiglia (cosa che fa tuttora) Attilio Sensi, allora direttore sportivo della Pieve e suo mentore, lo convince a frequentare il corso allenatori. “Hai esperienza, carattere e la preparazione necessaria per fare questo mestiiere &#8211; mi diceva &#8211; vedrai che ti piace e ti diverti». </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-family: book antiqua,palatino;"><strong>[singlepic id=3062 w=320 h=240 float=left]Guida i giovani bianconeri per due stagioni,</strong> ottenendo ottimi risultati. Quindi arriva la parentesi felice all’Uzzanese, con la vittoria del campionato di Promozione. La storia si ripete, in situazioni ambinetali difficilissime, all’Anchione Ponte. Vittoria del campionato di prima categoria e relativa coppa Toscana. Pur con questo palmares, resta, incredibile ma vero, senza squadra all’inizio della scorsa stagione. L’amarezza è grande e sfocia in piena estate, in un’ intervista rovente (e non solo per la stagione), dove spara a zero sui raccomandati. “E’ un calcio che premia chi fa male &#8211; disse senza peli sulla lingua come suo costume &#8211; basta portare soldi alle società e ti danno una panchina”. </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-family: book antiqua,palatino;"><strong>Ma alla fine la dea del pallone</strong> strizza di nuovo l’occhio a Petroni. Lo fa tramite Carlo Panati, dirigente della Lampo, che lo chiama al capezzale del sodalizio azzurro, all’ultimo posto nel campionato di Promozione dopo un avvio di torneo disastroso. Come nei migliori film di Frank Capra, il piccolo miracolo sportivo si compie. La Lampo, col passare delle domeniche, risale piano piano la china e conquista i playoff che vince al termine di un’annata interminabile quanto straordinaria, portando il sodalizio azzurro per la prima volta nella sua storia in Eccellenza. </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-family: book antiqua,palatino;"><strong>[singlepic id=3065 w=320 h=240 float=right]E’ l’unico maschio di casa</strong> perchè, oltre alla moglie Cinzia, deve fare i conti con le tre figlie Rachele 24 anni, Martina 18, Clarissa 11. “Gioco perennemente in infeiriorità numerica. La domenica però &#8211; puntualizza il tecnico lucchese &#8211; resta il giorno sacro. Del resto la mia gentile consorte ormai è abituata a non vedermi per casa già da quando giocavo. Devo dire però che, da quando ho iniziato a allenare, la famiglia segue da vicino le mie vicende sportive. La figlia più piccola viene sempre a vedere la partita. Ma in generale anche le altre si interessano parecchio».</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-family: book antiqua,palatino;"><strong>Il suo è un calcio all’attacco</strong>, alla garibaldina, che trova la valorizzazione ideale nel 4-3-1-2. Ed è lo stesso assetto tattico che sta facendo le fortune anche del Borgo a Buggiano dei record, dell’emergente mister Pagliuca. “Ogni modulo ha i suoi pregi e suoi difetti. E’ tutto soggettivo. Ma, al di là di come la squadra va in campo, l’allenatore deve essere bravo a far rendere al massimo ciascun singolo”. Il trucco quale è? “E’ il segreto di Pulcinella. Si raccoglie in un’unica parola: la credibilità. Il giocatore d’oggi, anche in campo dilettantistico, è preparato e quando chiede spiegazioni deve ricevere risposte. Se la persona è professionalmente credibile, l’atleta cresce, matura e migliora”. </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-family: book antiqua,palatino;"><strong>[singlepic id=3064 w=300 h=220 float=left]Petroni non è il classico urlatore.</strong> E’ uno che dà ordini perentori, rimanendo sempre calmo, almeno apparentemente. “Ognuno ha il proprio carattere &#8211; abbozza con un sorriso &#8211; ma non dipingetemi come un santo. Con gli arbitri ho delle belle discussioni e qualche squalifica me la sono pure beccata”. Per scaricare tensioni e problemi spesso inforca la sua bicicletta da corsa e parte per lunghi tragitti. “Vado solo o in compagnia, non fa differenza perchè tanto la fatica è la stessa”. Dopo tanti anni al vertice, in questa stagione c’è da pensare alla salvezza in Eccellenza, traguardo che sta costruendo un mattone alla volta. “Il gruppo mi segue e questa è la cosa importante. Ma il cammino è ancora lungo”.</span></p>
<p>Foto © <a href="http://www.cristianobianchi.it/" target="_blank">Fotografo</a> <a href="http://www.cristianobianchi.it/" target="_blank">Cristiano Bianchi</a></strong></p>
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		<title>“Vegastar: la nostra vita alla scoperta delle stelle della tv”</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Oct 2010 09:15:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Severi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[[singlepic id=2738 w=320 h=240 float=left]L&#8217;ufficio di Fernando Capecchi, patron della Vegastar, è una preziosa miniera di ricordi. Vecchie cassette, dvd, vinili, articoli di giornali, locandine cinematografiche, trofei, targhe a testimonianza di una vita segnata da successi, riconoscimenti e tante, tante soddisfazioni umane e professionali. E parlare con colui che ha fondato questa incredibile realtà, più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>[singlepic id=2738 w=320 h=240 float=left]L&#8217;ufficio di Fernando Capecchi, patron della Vegastar, è una preziosa miniera di ricordi. Vecchie cassette, dvd, vinili, articoli di giornali, locandine cinematografiche, trofei, targhe a testimonianza di una vita segnata da successi, riconoscimenti e tante, tante soddisfazioni umane e professionali.</strong></p>
<p>E parlare con colui che ha fondato questa incredibile realtà, più di quarant’anni fa, è un po’ come scoperchiare il vaso di Pandora: aneddoti affascinanti, retroscena curiosi sul mondo dello spettacolo, storie e biografie sui personaggi che sono diventati grandi grazie all’incredibile fiuto artistico di questo ex ragioniere, studente universitario, svogliato, ma scaltro, che grazie ad un giusto mix di intuito ed ambizione è diventato il punto di riferimento per chi vuole consacrare ad altissimi livelli le proprie doti artistiche.</p>
<p><strong>[singlepic id=2744 w=320 h=240 float=right]Vegastar è un’agenzia di spettacolo, che si occupa, essenzialmente, di scommettere su artisti sconosciuti</strong> <strong>e portarli alla ribalta. Investire, quindi, su nomi, idee, format nuovi è sempre stata la sfida, e la forza, di Fernando Capecchi e del suo socio, Gerry Stefanelli.</strong></p>
<p>Era il 1964 quando il circolo di Ramini (Pistoia) cercava un’orchestra per inaugurare la sua bella sala da ballo. Fernando si prese la briga di trovarla, scrivendo a tutte quelle che gli potevano venire in mente. Un giorno, l’impresario di una di queste bussò alla sua porta e da un piccolo impiego cominciò l’ascesa. Inarrestabile. Dalle orchestre (piazzava i Nomadi per 65 mila lire, mentre I Corvi – che a quei tempi spopolavano con “Sono un ragazzo di strada” – per non meno di 280. I più cari erano i Matia Bazar: 800mila lire), passò ad interessarsi della musica leggere tramite la collaborazione e l’amicizia con Gianni Ravera, il quale gli affidò ben presto le selezioni per la Toscana ed il centro-nord del Festival di Castrocaro (negli anni ‘70, la manifestazione più prestigiosa per il lancio di giovani artisti). Contestualmente, in quegli anni, nasce ufficialmente l’agenzia Vegastar. E fu la svolta, perché Fernando Capecchi, che fino a quel momento si era limitato a “piazzare” in giro per eventi, locali, manifestazioni orchestre seguite da altri impresari, decide di “crearsi” da solo gli artisti, ovvero scovare giovani promettenti e toglierli dall’anonimato.</p>
<p><strong>[singlepic id=2741 w=320 h=240 float=left]Uno dei primi fu quell’Adelmo Zucchero Fornaciari di “Senza una Donna” e “Diamante”,</strong> insieme a Stefano Sani (chi non ricorda la sua Lisa) o Donatella Milani con la storica Volevo dirti. Tutti approdati, subito dopo Castrocaro, alla kermesse canora per eccellenza, il Festival di Sanremo, con i risultati che tutti conoscono. In un bar a Firenze nota Paolo Vallesi, dietro un pianoforte intento ad interpretare qualche hit di Claudio Baglioni. Ne fa un cantante di successo alla fine degli anni ‘80. Dal 1982, la Vegastar comincia ad occuparsi anche di Miss Italia, in esclusiva per la Toscana. E sarà proprio per presentare una tappa di Miss Toscana che Capecchi chiamerà a sostituire il presentatore, oggi grande medico, un impiegato di banca con la passione per musica e per le radio, tal Carlo Conti, che insieme ad un certo Giorgio Panariello – scoperto, sempre per caso, nel 1984 a “Bussola Domani” &#8211; e ad un certo Leonardo Pieraccioni per finire con Emanuela Aureli, consacreranno nell’olimpo dei talent scout l’agenzia pistoiese.</p>
<p><strong>[singlepic id=2737 w=320 h=240 float=right]Ma l’elenco degli artisti rappresentati dal duo Capecchi-Stefanelli è lungo &#8211; Matilde Brandi, Massimiliano Ossini, Cristiano Malgioglio, Massimo Ceccherini, Giancarlo Magalli, Lorena Bianchetti, Elisa Isoardi, David Pratelli tanto per fare qualche nome – e difficile da citare per intero.</strong> Parlare di rimpianti alla Vegastar è impossibile: non ci sono treni non presi o occasioni mancate.</p>
<p>Almeno, da parte dell’agenzia. Perché, invece, qualche artista che dovrebbe mangiarsi le mani per non aver seguito i consigli artistici dei due soci, c’è: è il caso di Paolo Vallesi, che ha rifiutato di comporre le musiche per I Laureati, quando ancora, cioè, Pieraccioni non era il nome blasonato di oggi o di un certo Aligi, soprannominato il “Cantautore del Convento”: era stato selezionato per il Festival di Sanremo, ma quando Capecchi lo chiamò per dargli la fantastica notizia, lui non gli credette. E sparì. Poi c’è la storia di un cantante, uno con una voce così particolare ed un fascino magnetico che per Fernando fu impossibile non notarlo. Lo invitò a cena – al San Francisco a Montecatini – perché voleva fargli fare alcune serate, ma lui non se la sentì. Era Lucio Battisti.</p>
<p>[singlepic id=2740 w=320 h=240 float=left]<strong>Gerry </strong><strong>e Fernando sono, naturalmente, in sintonia su una considerazione: i giovani artisti di oggi sono differenti da coloro che si sono affacciati al mondo dello spettacolo anni addietro. </strong>Non conoscono la gavetta, lo spirito di sacrificio, l’attesa. Sono figli dei reality e dei talent show che propinano l’idea di un successo facile ed immediato. Ma, nello stesso tempo, estremamente labile e passeggero. Sono la generazione del tutto e subito. Anche tra le miss – settore di cui si occupa maggiormente Gerry Stefanelli – c’è la tendenza a voler ottenere un immediato successo, anche se, a differenza di un artista, le reginette sono più facilmente gestibili. Proprio nel campo della bellezza, Vegastar ha ottenuto negli ultimi anni grandissime soddisfazioni. Basti pensare – ed è solo la punta dell’iceberg – che Francesca Testasecca l’ultima Miss Italia, eletta a settembre a Salsomaggiore, fa parte dell’agenzia pistoiese.</p>
<p><strong>[singlepic id=2742 w=320 h=240 float=right]Così come vi facevano parte altre due ragazze (Miss Cinema e Miss Sach) tra le sei finaliste 2010. </strong>Un universo, quello dei concorsi di bellezza, in ascesa: grande soddisfazione per Stefanelli è stato, infatti, il lavoro – e di conseguenza, poi i risultati – svolto in Umbria, regione difficile per un certo tipo di spettacolo. In cinque anni, però, Vegastar è riuscita ad “esportare” in questa regione il modello organizzativo toscano: una sfida difficile, in termini di tempo e di denaro, ma ormai vinta per Stefanelli, l’unico agente regionale che fa parte dell’organizzazione delle finali di Miss Italia, ormai da 25 anni. E in tutti questi anni, di cambiamenti socio-culturali ne ha vissuti diversi: oltre, appunto, alla perdita di umiltà e alla disponibilità a darsi da fare si è smarrita, col tempo, ad esempio anche l’ingerenza familiare.</p>
<p>Oggi le ragazze che partecipano ai concorsi sono molto più indipendenti dalla famiglia che in epoche passate. E’ più facile che qualche reginetta molli per la gelosia di un compagno o di un marito, che non perché ostacolata dalla famiglia o messa in difficoltà da qualche mamma che proietta sulla figlia mai sopiti rimpianti giovanili.</p>
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		<title>“Imito gli altri per farvi ridere”</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 18:27:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Benedetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fenomeni]]></category>

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		<description><![CDATA[[singlepic id=2580 w=320 h=240 float=left]CHI E&#8217;: David Pratelli nasce a Pontedera il 21 dicembre 1970. Imitatore e cabarettista italiano, ha al suo attivo anni di esperienza radiofonica e televisiva. La consacrazione del grande pubblico arriva nel 2006 a Guida al Campionato. Ora è una presenza fissa a “Quelli che il calcio”. A quindici anni si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>[singlepic id=2580 w=320 h=240 float=left]CHI E&#8217;: David Pratelli nasce a Pontedera il 21 dicembre 1970. Imitatore e cabarettista italiano, ha al suo attivo anni di esperienza radiofonica e televisiva. La consacrazione del grande pubblico arriva nel 2006 a Guida al Campionato. Ora è una presenza fissa a “Quelli che il calcio”.</strong></em></p>
<p><strong>A quindici anni si esibiva come imitatore alle feste paesane nei comuni vicino Pontedera, città nella quale è nato; adesso è uno dei personaggi più popolari di “Quelli che il calcio”. </strong></p>
<p>David Pratelli, 40 anni, lo abbiamo incontrato alla fine del suo show che ha chiuso la “Settimana Chiesinese”. L’imitatore e showman ricorda con orgolio gli inizi della sua carriera: “Guadagnavo trentamila lire a serata.</p>
<p>Sono cresciuto mangiando pane, nutella, varietà e commedia all’italiana. Adoro i film di De Sica, Sordi e Celentano, artisti che hanno influenzato la mia vita lavorativa”.</p>
<p><strong>[singlepic id=2607 w=320 h=240 float=right]Pratelli comincia a farsi conoscere al grande pubblico in radio</strong> (Radio 4 e Radio Italia più). La svolta arriva nel 2002, con il primo posto nel campionato italiano degli imitatori “Sì sì, è proprio lui”, di Rai Uno. Nel 2005, grazie anche al sodalizio con l’agenzia di Pistoia “Vegastar”, Pratelli fa il salto di qualità e lo vediamo in “Guida al campionato” (Italia 1) nelle vesti di Lippi, Capello, Ibrahimovic, Ranieri.</p>
<p><strong>[singlepic id=2633 w=320 h=240 float=left]Poi il salto a “Quelli che il calcio”. </strong>“E’ stata la mia consacrazione, i personaggi che ho imitato sono stati molti, da De Sica a Mughini, passando per il ministro Tremonti e tanti altri ancora”.</p>
<p><strong>Ma come si sceglie un personaggio da imitare?</strong> “Se un personaggio è particolarmete in vista è più facile far divertire il pubblico. La somiglianza nell’aspetto fisico è molto importante, ma con l’utilizzo dei trucchi di scena si riesce a fare di tutto.</p>
<p><strong>C’è poi un lavoro profondo in ogni imitazione. </strong>Se qualcuno mi colpisce decido di imitarlo, altrimenti non lo propongo”. David Pratelli, dopo la sua eccezionale performace sul palco di Chiesina Uzzanese, ci ha anche confessato: “Sto lavorando su nuovi personaggi. Soprattutto sto studiando Rocco Siffredi, Fabri Fibra e Cesare Ragazzi”.<strong> Il divertimento, con lui, è assicurato.</strong></p>
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		<title>“Addio Sergio, ultimo eroe biancoceleste”</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 17:08:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Grazzini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fenomeni]]></category>

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		<description><![CDATA[Sergio Corti, il tecnico livornese, è morto improvvisamente a 61 anni. Alla guida di Borgo a Buggiano e Montecatini era stato capace di diverse imprese. Dalla miracolosa salvezza in Prima fino a sfiorare la serie D. [singlepic id=2577 w=320 h=240 float=left]Proprio adesso che il calcio nella città delle Terme sembra essersi risvegliato dal suo torpore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><strong>Sergio Corti, il tecnico livornese, è morto improvvisamente a 61 anni. Alla guida di Borgo a Buggiano e Montecatini era stato capace di diverse imprese. Dalla miracolosa salvezza in Prima fino a sfiorare la serie D. </strong></em></p>
<p style="text-align: left;"><strong>[singlepic id=2577 w=320 h=240 float=left]Proprio adesso che il calcio nella città delle Terme sembra essersi risvegliato</strong> dal suo torpore atavico, con una società nuova di zecca e un inaspettato titolo sportivo di Promozione, viene purtroppo a mancare una figura importante nella storia del pallone biancoceleste.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Improvissimente, senza fare il minimo rumore, ci ha lasciati Sergio Corti.</strong> A portarlo via, a soli 61 anni, alla adorata moglie Paola, compagna di sempre e alla figlia Paola, un infarto fulminante che non gli ha datto il tempo di preparare la partita più difficile della sua vita. Livornese di Via Garibaldi, stimato dirigente bancario, si fa conoscere in Valdinievole negli anni ‘70, quando veste le maglie di Lampo e Borgo a Buggiano.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Mediano dai piedi ignoranti</strong>, sa stare in campo e non leva mai la gamba. Gioca assieme a Carlo Panati, attuale direttore tecnico della Lampo (diventerà anche lui allenatore del Montecatini), al compianto Cambi, a Mauro Matteucci e ad un giovanissimo Luca Pellegrini. La vita va avanti, i percorsi cambiano e sul finire degli anni ‘80, il Borgo si trova veramente a un passo dalla retrocessione.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>I dirigenti non sanno più che pesci prendere</strong> e mancano solo una decina di partite alla fine del torneo. Poi qualcuno del consiglio sbotta: “Mi hanno detto che quel livornese che giocava qui da noi, quello tutta foga &#8230; Corti mi pare si chiamasse, fa l’allenatore dalle sue parti. Perchè non lo chiamiamo?”. Basta una telefonata e lui arriva. Prende le redini della squadra e la trasporta fino ad una salvezza rocambolesca, ottenuta fra alchimìe tattiche e strane scaramanzie, come quella di far giocare il Borgo con la maglia della Baracchina, la squadra amatoriale che allenava a Livorno, nel decisivo derby col Ponte Buggianese.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>[singlepic id=2576 w=320 h=240 float=right]Quel giorno sulle tribune del glorioso «Bonelli», </strong>c’erano almeno un centinaio di livornesi doc, fatti venire appositamente per dare un “incitamento particolare” agli azzurri. L’impresa non passa inosservata a Moreno Zinanni e Piero Papini, allora presidenti del Montecatini. Lo ingaggiano. Con i biancocelesti l’impresa pare ancora più difficile. Si parte sempre in corsa e &#8211; 6 in classifica, frutto di una penalizzazione sportiva della passata stagione. E’ qui che comincia la leggenda del tecnico labronico. La salvezza è cosa fatta, con largo anticipo. Quindi dal probabile inferno della seconda categoria, il Montecatini passa, in un paio d’annate storiche, a un soffio dall’approdo in serie D.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Anni di successi, frutto della grande coesione del gruppo</strong> e di quelle paritelle infrasettimanali memorabili, a «porticine», dove Sergio si sceglieva i giocatori e arbirtrava lui stesso per essere sicuro di vincere. Come leggendarie sono rimaste le interviste nel dopo gara. Su tutte la frase “Per lo spettacolo c’è il circo Orfei”, in risposta ad un collega che gli chiedeva il perchè la squadra, pur vincendo, non giocasse benissimo. Carattere vulcanico e ansioso, spesso e volentieri veniva allontanato dal campo del direttore di gara. Ma lui non si dava per vinto, come quando si portò addirittura una scala (come appare nella fotografia che pubblichiamo ndr) per poter seguire il derby Pieve &#8211; Montecatini al comunale di Via Ancona.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Poi il suo ciclo finì. Zinanni e Papini cedettero la presidenza</strong> e il Montecatini ripiombò nell’oscurità totale. Però il legame con la sua Montecatini non si spezzò mai. Ogni volta che poteva, tornava nella città delle terme per mangiare con i vecchi amci, sempre con la malcelata volontà di poter far qualcosa per il calcio cittadino. Non molto tempo fa, infatti, si era incontrato con i nuovi vertici dell’Asd Montecatini per una fattiva collaborazione magari, da una scrivania, ma purtroppo il suo destino era già segnato.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Impressionante la marea di gente presente al cimitero dei Lupi</strong>, per la cerimonia funebre. In prima fila c’erano tutti i suoi moschettieri biancocelesti con in testa Diego Ferrazza, il vichingo del Pontino, fedele capitano di mille battaglie. Poi Maurizio Prato, cui spettava d’obbligo il primo fallo della partita per intimorire gli avversari, il talentuoso Giuliano Lotti, ex mezz’ala del Pisa, l’affezionato terzino Raoul Marenco da Lido di Camaiore. Quindi l’altro ex professionista Luca Mattei, Giacomo Reggiannini, venuto da Cutigliano con la moglie e tanti grandi del calcio toscano come l’ex bomber del Livorno Bonaldi.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Sergio sapeva farsi voler bene e il resto non si discute. </strong>Con lui, per questo, se va una bella fetta della storia del football di casa nostra: un calcio genuino, senza troppi tatticismi e senza fronzoli, fatto di palloni spediti in tribune e di sano agonismo. Addio Sergino.</p>
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		<title>“Pistoia, sempre nel mio cuore”</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Aug 2010 17:16:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Severi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[basket]]></category>
		<category><![CDATA[carmatic]]></category>
		<category><![CDATA[fiorello toppo]]></category>
		<category><![CDATA[pistoia]]></category>

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		<description><![CDATA[Da diciotto anni calca parquet e da sette il PalaFermi è diventata la sua seconda casa. E’ nato ad Asmara, è cresciuto a Roma – l’accento non mente – ma Pistoia lo ha adottato con affetto. E lui, con altrettanto affetto, si è lasciato adottare. Da quando esiste il Pistoia Basket 2000 è il giocatore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Da diciotto anni calca parquet e da sette il PalaFermi è diventata la sua seconda casa</strong>. E’ nato ad Asmara, è cresciuto a Roma – l’accento non mente – ma Pistoia lo ha adottato con affetto. E lui, con altrettanto affetto, si è lasciato adottare. Da quando esiste il Pistoia Basket 2000 è il giocatore che vanta più presenze, più punti e più rimbalzi: ai tifosi piace per la sua bravura, alle tifose anche per la palese avvenenza fisica.</p>
<p><strong>Tutti lo stimano, e per tutti è il Capitano. Fiorello Toppo, classe 1980 è, senza dubbio, l’idolo di Pistoia. </strong>Ma non chiamatelo leader: “Ogni giocatore ha il proprio ruolo negli equilibri di una squadra. C’è chi porta le qualità tecniche, chi valori umani. Io porto la voglia di non sedersi mai, la competitività, il riuscire a valorizzare le qualità migliori di ogni mio compagno di squadra.</p>
<p><strong>[singlepic id=2384 w=600 h=400 mode=watermark float=left]Idee chiare e sicure, valori ben saldi, ideali profondamente radicati: questo è quello che è emerso da una piacevole chiacchierata con Fiore – così lo chiamano, appena arriva al bar del Palazzetto.</strong> Dopo una velocissima lezione sul basket (ho imparato, ad esempio, che nel suo ruolo di ala grande, deve occuparsi, tra le altre cose, di catturare rimbalzi e portare blocchi), mi parla – seppur timidamente &#8211; un po’ di sé e della sua vita da sportivo.</p>
<p>Vita, si sa, che porta sacrifici e rinunce e che, soprattutto, per un ragazzo giovane può, talvolta, pesare: non per lui. “La disciplina – ci spiega – è educante per la vita. Se devo rinunciare a qualcosa per il mio lavoro, vuol dire che mi ritaglierò spazi per me in altri momenti”.  Lo sport in genere è la sua vita, non solo un lavoro e non potrebbe farne a meno.</p>
<p><strong>Così come non potrebbe fare a meno del basket, al quale si è avvicinato per puro caso – “mio fratello giocava e io, per competizione, ho voluto mettermi alla prova” </strong>- e che resterà nel suo futuro anche quando smetterà di prendere rimbalzi e fare canestri. La parola futuro, per Fiorello, sembra andare a braccetto col nome Pistoia. Ama una città che lo ama, gli piace girarla in bicicletta, fare passeggiate, cenare nei ristoranti del centro con gli amici, adora il Blues (“mi piacciono tutte le iniziative che fanno vivere la città”), fin da subito è rimasto affascinato dalla sua vivibilità e dal suo essere a misura d’uomo.</p>
<p>A Pistoia ha trovato la realizzazione professionale, ma anche – e soprattutto – l’amore. Fidanzato con una ragazza pistoiese da un anno e mezzo, vuole costruire qui il suo avvenire. Un segnale forte, chiaro ed ammirevole di questo profondo desiderio è stato il diminuirsi lo stipendio per andare incontro alle esigenze economiche della società. “Una scelta difficile – ci dice &#8211; per chi ha vita sportiva breve e non ha altri introiti. Ma è stato, anche, una testimonianza tangibile del mio amore per il basket e per la città”.</p>
<p><strong>Amante dello sport ma, altrettanto, della cultura, predilige una buona lettura al cinema </strong>– spiritualità, sociologia, storie di uomini straordinari sono i suoi argomenti prediletti. Estimatore dell’arte in genere, spazia dall’architettura (Le Corbusier un suo mito) alla pittura (su tutti, Van Gogh e il Caravggio “grazie al mio amico Cipriani”, ci tiene a sottolineare).  Ama i piaceri della tavola,  visitare in lungo ed in largo l’Italia e il mare dell’Isola D’Elba, dove trascorrerà le sue vacanze. Ma se c’è una cosa che davvero piace a Fiorello sono i derby con Montecatini, da buon pistoiese.</p>
<p><strong>Seppur d’adozione: “Il clima pre-derby fa bene a me, alla squadra, alla città.</strong> Una buona e sana rivalità è bella da vivere. Ora i destini delle due società sono diversi, ma spero il prima possibile di poter rivivere certe sensazioni.”. <strong>E i tifosi, di entrambe le parti, non possono che essere d’accordo.</strong></p>
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		<title>Carobbi: “Il mio calcio operaio accanto ai grandi fuoriclasse”</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Aug 2010 17:09:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Scardigli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[stefano carobbi]]></category>

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		<description><![CDATA[Abbiamo incontrato l’ex terzino di Fiorentina e Milan che ci ha riportato nel clima del pallone di una volta, parlandoci di Baggio, Van Basten, ma anche dell’amico Stefano Borgonovo che oggi combatte contro un male terribile, la Sla. Stefano Carobbi, ora, è allenatore delle giovanili viola. Aldo Agroppi lo ha sempre amorevolmente accusato di essere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Abbiamo incontrato l’ex terzino di Fiorentina e Milan che ci ha riportato nel clima del pallone di una volta, parlandoci di Baggio, Van Basten, ma anche dell’amico Stefano Borgonovo che oggi combatte contro un male terribile, la Sla. Stefano Carobbi, ora, è allenatore delle giovanili viola.</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Aldo Agroppi lo ha sempre amorevolmente accusato di essere nato vecchio. </strong>E a Stefano Carobbi, quell’ameno sberleffo, è sempre piaciuto, perché dentro quel sintetico giudizio affibbiatogli da uno dei suoi più illustri estimatori, ci sta tutta la sua vita.</p>
<p style="text-align: left;">
<strong>[singlepic id=2318 w=320 h=240 mode=watermark float=left]“Ha ragione il caro vecchio Aldo – riconosce Stefano Carobbi -, però lui ignora l’altra mia parte,</strong> quella ludica, quella che tiro fuori solo con gli amici più cari. E’ il bagaglio, doppio, che ho ereditato dai miei nonni: uno severo, rigoroso, con in testa l’importanza dei soldi, la fatica per guadagnarli; l’altro giocherellone, amante della spensieratezza.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Credo di essere l’esatta fusione di questi due estremi</strong> ed è proprio lì nel mezzo che mi riconosco”.<br />
Ah, dimenticavamo. E’ l’intervista che ci ha rilasciato Stefano Carobbi, nel bel mezzo – citandolo – del cammin della sua vita: 46 anni, molti dei quali passati sui rettangoli verdi: dalla giovanili della Fiorentina fino alla prima squadra, con tanto di fascia di capitano; poi quell’indimenticabile meraviglioso biennio con il Milan, i rossoneri di Sacchi e poi il ritorno a casa, l’anno nel Salento e poi, silenziosamente, verso l’addio al calcio giocato la domenica. E parlato, con parsimonia durante la settimana.<br />
“Sì, è vero, di calcio mi sono sempre riempito la bocca il meno possibile, anche se è stato e lo è tuttora il mio pane quotidiano. Ma a me piace giocare, confrontarmi, mettermi di fronte all’avversario e cercare di batterlo, usando tutte le alchimie possibili e immaginabili, ma sempre nei limiti del rispetto. Quello non deve mai venir meno, altrimenti non è più un gioco, ma un bluff, e a me, barare, non piace”</p>
<p style="text-align: left;">
<strong>[singlepic id=2319 w=320 h=240 mode=watermark float=left]Dal tuo professionismo all’attuale sembra sia passata un’eternità.</strong><br />
“Ma no, i tempi cambiano sempre molto velocemente: dipende da noi riuscire a gestirli nel migliore dei modi. I furbi c’erano e ci saranno, ma anche i saggi, statene certi.<br />
<strong>Ne hai conosciuti e ne ricordi qualcuno?</strong><br />
“Uno su tutti, Roberto Baggio. In campo inimitabile, fuori ancor di più. La semplicità e l’umiltà, la gioia e la fragranza. Certo però, che se parliamo di calcio, del mio calcio, non posso non citare Marco Van Basten: sapere di essere stato un suo compagno di club è stato motivo di vanto della mia vita professionale: l’eleganza e la potenza, perfettamente fuse in un solo grande campione”.<br />
<strong>La prima maglia, come il primo amore, non si scorda mai?</strong><br />
“Inevitabilmente. E quella viola è quella che mi porterò addosso ancora per parecchio tempo, credo. Ho il patentino per allenare in serie A, ma la Fiorentina vede in me un asse portante dei suoi progetti e per questo mi affida, con la piena disponibilità, parte del settore giovanile. I campioni si costruiscono in casa, allevandoli, insegnando loro il sacrificio, il valore del colore di una maglia. Certo, di campioni poi se ne contano sulle dita di una mano, ma farli diventare uomini, senza volermi in alcun modo sostituire ai loro rispettivi genitori, è già un gran bel traguardo da tagliare. Certo, se nascondessi l’ambizione di allenare nella massima categoria sarei più sciocco che ipocrita, ma so aspettare, soprattutto perché tutto quello che ho fatto l’ho fatto con le mie gambe e se un giorno dovesse arrivare una panchina in serie A sarà bellissimo, ma grazie lo dovrò dire solo alla mia costanza e alla mia caparbietà: uso poco il telefono”.<br />
<strong>[singlepic id=2317 w=320 h=240 mode=watermark float=left]Capitano giocatore con Cecchi Gori e allenatore dei Giovanissimi con Della Valle: il passo è breve?</strong><br />
“Più di quanto si creda. Cecchi Gori e Della Valle sono due angolazioni, parecchio distanti, ma ugualmente appassionate, di uno stesso amore: la Fiorentina”.<br />
<strong>A proposito di viola: Prandelli in Nazionale che lascia la poltrona a Sinisa.</strong><br />
“Prandelli è una persona seria e competente, non potrà che migliorarsi; Mihajlovic è un giovane allenatore che ha già dimostrato di avere i numeri per far bene. Sono due scommesse sulle quali inviterei gli amici a puntare”.<br />
<strong>In fondo al viale che cosa vedi.</strong><br />
“Non vedo nulla. Posso però dirti cosa spero di vedere: la serenità, per la quale ho sempre combattuto e che spero non mi abbandoni mai, strettamente legata alla felicità dei miei figli, naturalmente. Ho l’impressione di essere un padre fortunato; mi auguro di non dovermi ricredere mai”.<br />
<strong>Quando ti parlano della sclerosi laterale amiotrofica (Sla) a cosa pensi?</strong><br />
“A tutti quelli che ne sono stati colpiti e in particolare all’amico Stefano Borgonovo. Se vuoi arrivare a pianificare l’equazione malattia-Fiorentina però, permettimi di non essere d’accordo: dietro questo mostruoso dramma si stanno muovendo, da tempo, tanto la Medicina quanto la Magistratura. Se ancora non è venuto fuori nulla, credo proprio di aver ragione a pensare che ci sia una concausa di malefici contrattempi”.<br />
<strong>Borgonovo è uno di voi, però!</strong><br />
“Vero e io mi fregio di essere un suo amico, un amico un po’ vigliacco però, che non ha ancora trovato la forza di andarlo a trovare: ho il terrore di non farcela. Me lo ricordo in campo e fuori, l’esempio della felicità e della simpatia, la sua e quella della sua splendida famiglia: non sono ancora riuscito a farmene una ragione, ma è una cosa che, prima o poi, dovrò trovare il coraggio di affrontare. Perché se no, i ragazzi ai quali cerco di insegnare a vivere, prima che a giocare a calcio, me lo potrebbero rinfacciare. E avrebbero ragione”.</p>
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		<title>Max Laudadio: “Pistoia, perchè mi hai deluso?”</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 11:52:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Severi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fenomeni]]></category>
		<category><![CDATA[il giullare]]></category>
		<category><![CDATA[max laudadio]]></category>
		<category><![CDATA[pistoia]]></category>
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		<description><![CDATA[Tutti lo conoscono. Perché è un volto noto della nostra televisione, tenendoci compagnia praticamente ogni sera.  Almeno quando è impegnato come inviato di Striscia la Notizia,il tg satirico di Canale 5 che non ha certo bisogno di presentazioni. [singlepic id=2207 w=320 h=240 float=right]Forse, però, non tutti sanno che Max Laudadio, dietro quel perfetto accento milanese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Tutti lo conoscono. Perché è un volto noto della nostra televisione,</strong> tenendoci compagnia praticamente ogni sera.  <strong>Almeno quando è impegnato come inviato di Striscia la Notizia,il tg satirico di Canale 5</strong> che non ha certo bisogno di presentazioni.</p>
<p><strong>[singlepic id=2207 w=320 h=240 float=right]Forse, però, non tutti sanno che Max Laudadio, dietro quel perfetto accento milanese &#8211; frutto di anni di volontario “esilio” &#8211; nasconde, in realtà, natali pistoiesi.</strong></p>
<p>Nonché qualche sassolino nella scarpa, proprio nei confronti della sua città d’origine. Ma andiamo con ordine. Non ama definirsi giornalista né autore di inchieste, anche se è quello di cui, principalmente, si occupa: preferisce che di lui si dica che offre un servizio alla comunità, andando a stanare con inesauribile zelo ed instancabile tenacia i furbi, i delinquenti, i farabutti che si arricchiscono a suon di truffe.</p>
<p><strong>[singlepic id=2204 w=320 h=240 float=left]Nasce a Pistoia 39 anni fa da mamma Maria Teresa e da papà Giuseppe</strong> – dai quali, residenti ancora in città, torna appena può, passando anche a salutare la sorella Federica – e fin da piccolo viene educato ad un forte senso di giustizia e ad una netta e precisa distinzione tra quello che è giusto e ciò che, invece, è sbagliato.</p>
<p><strong>Con le idee chiare nello zaino e tanta determinazione in tasca, lascia la provincia e salpa a Milano </strong>dove inizia a lavorare in una televisione satellitare. Dopo alcuni anni di gavetta, diventa inviato per le Iene (dal 2000 al 2003) – consacrando definitivamente la sua bravura – e, conclusa l’esperienza su Italia Uno, approda alla corte di Ricci, dove oggi festeggia il settimo anno di permanenza.</p>
<p><strong>Max, parliamo del tuo lavoro. Ti senti mai in difficoltà di fronte ai truffatori che smascheri?</strong><br />
Assolutamente no. Sono fiero e felice del lavoro che faccio, e farsi venire il pelo sullo stomaco non è difficile se sai che di fronte a te hai un farabutto e che quindi stai facendo un servizio utile alla collettività. E poi, il mio lavoro mi diverte. Non provo mai imbarazzo o vergogna, né mi sento in ansia o in difficoltà. Ho nel mio DNA uno spiccato senso di giustizia che non mi fa arretrare di fronte a niente ma, anzi, mi sprona a dare sempre il massimo.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Raccontaci una tua giornata tipo.</strong><br />
Mi sveglio presto perché accompagno la mia bambina a scuola. Una mattina sì e una no studio canto e recitazione. Poi il resto della giornata lo trascorro in ufficio, con la redazione a preparare i servizi che poi vedete a Striscia.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>[singlepic id=2205 w=320 h=240 float=right]Come nasce un servizio di Striscia la Notizia?</strong><br />
Diciamo che nella grande maggioranza dei casi, la redazione di Striscia la Notizia riceve una segnalazione dal pubblico e decide, successivamente, a chi affidare il “caso” in questione. Altrimenti, un’altra possibilità è che la segnalazione venga fatta a me personalmente, magari tramite il mio sito. Ma la strada che, in assoluto, mi dà più soddisfazione è quando io, o i miei collaboratori, abbiamo un’intuizione. Scegliamo un argomento e ci chiediamo se va tutto bene, o se ci potrebbe essere, invece, qualcosa che non va. E’ successo così, ad esempio, nell’inchiesta che abbiamo fatto sulla cucina molecolare.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>La soddisfazione e la gratificazione sono, senz’altro, componenti fondamentali del tuo lavoro. Partendo da questa considerazione, qual è il caso a cui sei più legato?</strong><br />
Il caso che, in assoluto, mi ha fatto sentire veramente fiero ed orgoglioso di quello che faccio è quello legato ad una bambina di sei anni con gravissimi problemi fisici, costretta a utilizzare un respiratore artificiale. La madre, disperata, mi chiama, perché la ditta che forniva i tubi del macchinario – dovevano essere quotidianamente cambiati – non li consegnava più da un mese. Ciò comportava gravissimi rischi per la saluta della piccola. Inferocito mi sono piazzato negli uffici della ASL, urlando indignato con tutti che non si può scherzare così con la vita di nessuno, figuriamoci con quella di una bambina. Non me ne sono andato finché il problema non è stato risolto, lì, sotto i miei occhi.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>E quello che ti ha dato maggiore visibilità?</strong><br />
Il caso di Massimo Albano e dei suoi braccialetti, la truffa “Banfer”, per intenderci. Gli ho “dedicato” diciotto servizi ed ancora oggi, ricevo segnalazione di avvistamento da tutto il mondo.<br />
Un altro aspetto, purtroppo, ricorrente nel tuo lavoro è la violenza con la quale i farabutti  ti “accolgono”, una volta smascherati. L’ultimo episodio, tra l’altro, è avvenuto proprio a Montecatini.<br />
All’inizio era difficile controllarmi. L’istinto non mi suggeriva di rimanere con le mani in mano mentre qualche delinquente mi prendeva a calci. Ma per ovvi motivi ho dovuto imparare ad essere indifferente. Ci sono delle volte che di fronte a reazioni del genere rimango basito e perplesso, tutta via metto in preventivo che possa succedere certi episodi. Nel caso di Montecatini, volevo fare una precisazione. Quel consulente è davvero un delinquente: ha precedenti penali di varia natura , nonostante questo, non solo la legge gli permette di operare in campo finanziario ma lo lascia liberamente circolare. E’ paradossale.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>[singlepic id=2206 w=320 h=240 float=left]Hai lasciato la tua città natale, Pistoia, ormai da più di 10 anni. Quali sono i tuoi rapporti con la città?</strong><br />
E’ un rapporto contrastato, anche se ultimamente torno a casa solo per i miei genitori, mia sorella e gli amici di sempre. Pistoia è una città che mi ha deluso: una città piatta, con una mentalità ristretta e provinciale che le impedisce di esprimere tutte le sue infinite potenzialità.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>In che senso città piatta?</strong><br />
Dal punto di vista culturale. Prendiamo il Blues, ad esempio, sono vent’anni che è sempre uguale. Pistoia è una città bella, grande: è paradossale e frustrante che non si possa creare uno sviluppo artistico adeguato. Sono anni che propongo alle varie amministrazioni comunali collaborazioni per il rilancio della città, proponendo iniziative, spettacoli. Niente, mi hanno sempre risposto picche.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Deluso?</strong><br />
Sì. Mi aspettavo dalla mia città un po’ più di riconoscenza ma non perché io sia diventato famoso ma perché lo sono diventato impegnandomi in un servizio utile per la comunità. E’ paradossale per me, non essere valorizzato e gratificato dalla propria città.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Progetti per il futuro?</strong><br />
Ho in corso degli interessanti progetti teatrali. Quello che ho in ponte adesso è legato al dietro le quinte di Striscia la Notizia e coinvolge comici famosi e diversi comuni italiani. Prova ad indovinare qual è l’unico comune che non si è dimostrato interessato allo spettacolo&#8230;.</p>
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