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	<title>Il Giullare &#187; La storia</title>
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	<description>Mensile di Approfondimento della Valdinievole e di Pistoia</description>
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		<title>“L’amore non ha pelle, né colore”</title>
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		<pubDate>Tue, 11 May 2010 14:05:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Scardigli</dc:creator>
				<category><![CDATA[La storia]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
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		<description><![CDATA[Simona lo ha adottato  per un anno. Oussou  gioca, ora, nella Primavera del Livorno Quando l’ha conosciuto, qualche anno fa, in un’abitazione di Prato, insieme ad altri suoi giovani connazionali, Oussou Welle non aveva ancora diciotto anni, ma un’odissea già alle spalle. Raggiunte le coste senegalesi dalla città natale Dakar e partito verso l’Europa a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Simona lo ha adottato  per un anno. Oussou  gioca, ora, nella Primavera del Livorno</strong></em></p>
<p>Quando l’ha conosciuto, qualche anno fa, in un’abitazione di Prato, insieme ad altri suoi giovani connazionali, Oussou Welle non aveva ancora diciotto anni, ma un’odissea già alle spalle. Raggiunte le coste senegalesi dalla città natale Dakar e partito verso l’Europa a bordo di uno dei tanti barconi della speranza, Oussou era riuscito a sbarcare in Spagna, con il terrore dipinto negli occhi, quelli che avevano visto alcuni suoi amici di sventura gettati, morti, anzitempo in mare. E un sogno: diventare un calciatore.</p>
<p>[singlepic id=2079 w=320 h=240 float=left]“Quando sono entrata in quell’abitazione – racconta <strong>Simona Andreini, 37 anni, pistoiese</strong> – sono rimasta folgorata dallo sguardo di quel ragazzone: non sapeva nulla della nostra lingua, ma la paura che aveva iniettata negli occhi non aveva bisogno di alcun interprete. La mattina dopo siamo andati alla Cgil, che ci ha consigliato di rivolgerci immediatamente al Giudice di Pace.</p>
<p>Quando quel signore mi ha detto che se me lo fossi preso in carico, me lo avrebbero affidato, non ci ho pensato su due volte e l’ho portato con me”. Simona, del resto, con il Senegal aveva già spartito qualcosa di importante: un matrimonio, tanto per essere più precisi e nemmeno quell’amore naufragato, proprio come uno di quei barconi alla deriva, le ha suggerito di diventare meno sensibile alla causa degli extracomunitari. “Se avessi avuto i mezzi – dice ancora Simona &#8211; quel pomeriggio, da quella casa di Prato, quei ragazzi me li sarei portati tutti a casa mia; la mia fortuna di essere nata in un posto felice non posso tenermela stretta: o la spartisco con quelli che con la dea bendata sono decisamente in debito, o non ha alcun senso”.</p>
<p>In quei dodici mesi, Oussou, che intanto è diventato maggiorenne, segue timidamente le vicende del calcio pistoiese: va allo stadio, agli allenamenti, escogita qualsiasi sistema che possa metterlo in contatto con la dirigenza societaria cittadina. Conosce qualche addetto ai lavori, alcuni procuratori e riesce anche a farsi provinare dall’Albinoleffe prima e dalla Sampdoria poi. In entrambe le circostanze però, le cose non danno i frutti sperati. Ma Oussou è caparbio: vuole arrivare a conquistare quel sogno, casomai dedicandolo a quei suoi amici visti morire durante quel viaggio della speranza e della morte. Grazie ad una nuova conoscenza nel mondo del calcio, viene visionato dalla dirigenza del Livorno, che resta bene impressionata dalle doti atletiche del ragazzo, un solido difensore centrale con uno spiccato senso del gioco e del movimento. Affare fatto. Oussou si trasferisce a Livorno: la società amaranto gli offre vitto e alloggio e 500 euro. Prova anche a studiare Oussou, la mattina, in un istituto odontoiatrico, ma quel cuoio rotondo gli ronza nella testa tutto il giorno e allora preferisce non perder tempo e concentrarsi sulla tattica, l’esercizio, la potenza e sperare che la fortuna, quello che lo ha fatto arrivare sulle coste spagnole, gli dia un’altra mano e lo metta sul treno giusto. “Lo vado a trovare appena posso – conclude Simona : da qualche tempo sono disoccupata e sono stata costretta, per esigenze economiche, vista la fine del mio matrimonio, a tornare a vivere con i miei.</p>
<p>A casa, Oussou, non posso più invitarlo e allora, quando ho un soldino in tasca, metto 20 euro di benzina e vado a Livorno. E’ diventato ancora più grande Oussou, più bello e da quello che mi dicono anche a calcio, è più forte di prima. Non so se diventerà un calciatore: glielo auguro, naturalmente. L’unica cosa che mi preme è che i suoi occhi non dicano più, come ho sentito nitidamente quel giorno: per favore, aiutatemi”</p>
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		<title>&quot;Ero una schiava&quot;</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Apr 2010 07:09:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Spadoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[La storia]]></category>
		<category><![CDATA[abusi]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Montecatini]]></category>
		<category><![CDATA[Prostituzione]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[È tornata a Montecatini dopo molto tempo. Oggi è madre di una bambina di 14 anni ed è felice. Lory Petrova, 40, bulgara originaria di Plovdiv, vive a Ravenna dove ha costruito la sua famiglia e ha deciso di abitare. La sua storia è identica a quella di tante donne che inseguono il sogno italiano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>È </strong>tornata a Montecatini dopo molto tempo. Oggi è madre di una bambina di 14 anni ed è felice. Lory Petrova, 40, bulgara originaria di Plovdiv, vive a Ravenna dove ha costruito la sua famiglia e ha deciso di abitare. La sua storia è identica a quella di tante donne che inseguono il sogno italiano che, spesso, nasconde terribili risvolti. &#8220;Il primo giorno che ho messo piede a Montecatini &#8211; racconta &#8211; pensavo di aver risolto la mia vita. Ho visto auto di lusso, gente ben vestita, ricchezza: era un sogno&#8221;.</p>
<p>Era il 1990 e Lory era riuscita a raggiungere la nostra penisola con un gruppo di artisti. &#8220;Aveva organizzato tutto il nostro capo: il viaggio in Italia, il tour delle serate e la nostra sistemazione. Una volta accettata la proposta ho dovuto pagare un po&#8217; di soldi, l&#8217;equivalente di due milioni di vecchie lire. Qualche tempo dopo ho sentito dire che altre mie colleghe che erano povere, avevano accettato di fare sesso con lui. Se l&#8217;avesse proposto a me, forse, sarei rimasta per sempre in Bulgaria&#8221;.[singlepic id=2016 w=320 h=240 float=right] A Montecatini e Viareggio, Lory, faceva la ballerina e la cantante e sperava di farsi una vita in Italia: un sogno che è riuscita a compiere. &#8220;Però ho dovuto superare dei momenti veramente difficili.</p>
<p>Appena arrivate, il capo, ci aveva tolto tutti i passaporti. Avevo praticamente perso l&#8217;identità e la libertà di fare qualsiasi cosa, anche di comprarmi una maglietta, perché, ogni volta che avevo bisogno di soldi dovevo chiederli a lui&#8221;. Una realtà terribile, che Lory è riuscita a superare solo dopo due anni. &#8220;Un giorno una mia amica ha trovato il coraggio di chiedergli perché dovevamo vivere in quel modo. Ci furono grandi litigate e addirittura botte. Raccontammo tutto al proprietario di un night club che licenziò il nostro capo. Ci accorgemmo che, senza di lui, guadagnavamo il doppio e, soprattutto, avevamo riacquisito i documenti e la libertà&#8221;. Lory, da quel giorno, ha sentito cambiare qualcosa nella sua vita, soprattutto dentro di sé. &#8220;Ero tranquilla e nei night club in Toscana ero molto richiesta. Oltre a fare il mio spettacolo, guadagnavo con le consumazioni dei clienti. Avevo iniziato a stare bene, anche se sapevo che quella non doveva essere la mia vita&#8221;. A pensarci oggi, in alcuni momenti ci sorride sopra, alternando qualche smorfia di dissenso. &#8220;Una sera avevo incontrato un uomo molto ricco, un vero signore, con il quale ho avuto una storia di circa un anno. In quel periodo non andavo nemmeno a lavorare perché mi manteneva lui, avevo avuto l&#8217;occasione per sistemare la mia vita, ma l&#8217;amore mi ha, in un certo senso, fregato&#8221;. Lory infatti, sempre in un night club, una sera ha incontrato l&#8217;uomo che ha sposato e con il quale darà alla luce una bambina. Una storia lunga, importante, che porterà Lory lontana dalla Toscana. Quella terra che le aveva regalato tanti sogni, che le ha dato la possibilità di costruirsi un futuro. Ma anche quella terra di incubi, schiavitù, quando viveva senza soldi e senza documenti. La sua storia è uno spaccato di quello che, putroppo, accade a molte ragazze dell&#8217;est che raggiungono l&#8217;Italia. &#8220;Oggi non ci lavorerei più in un night. Credo che la situazione sia peggiorata. I signori non ci sono più&#8221;.</p>
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		<title>“La mia nuova chiesa sono Silvia e Giulio”</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 16:37:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Scardigli</dc:creator>
				<category><![CDATA[La storia]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;abbiamo incontrato nell’emeroteca della libreria “San Giorgio”, a Pistoia. Cristiano Vannucchi, l’ex don Cristiano Vannucchi, ex parroco di Vicofaro, il sabato mattina porta lì suo figlio, Giulio, di 4 anni, nato dall’amore che lo lega a Silvia. La sua vicenda all’epoca, fece molto scalpore. “Sono cambiate tante cose da quando ho lasciato gli abiti talari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;abbiamo incontrato nell’emeroteca della libreria “San Giorgio”, a Pistoia. Cristiano Vannucchi, l’ex don Cristiano Vannucchi, ex parroco di Vicofaro, il sabato mattina porta lì suo figlio, Giulio, di 4 anni, nato dall’amore che lo lega a Silvia. La sua vicenda all’epoca, fece molto scalpore. “Sono cambiate tante cose da quando ho lasciato gli abiti talari e indossato quelli civili, ma sono lo stesso di prima” – ci confessa, con un divertente gioco di parole.<br />
<strong>Ma chi, tra lei e la Chiesa, ha tradito?</strong><br />
“Nessuno. La Chiesa non ha mai usato mezze misure: è da sempre, secolarmente, chiara. Sono nato il 9 aprile del ‘63 e, nel giorno del mio 25esimo compleanno, sono diventato prete. Ho terminato il mio diaconato a 24 anni e credo che quella sia un’età nella quale prendere decisioni tanto importanti, come il celibato, sia difficile”.<br />
<strong>E’ stata dunque Silvia, sua moglie, il motivo scatenante della sua anticonversione?</strong><br />
“No, o forse è più corretto dire, non solo. Come scriveva don Milani: il prete è come una puttana o una maestra, sottintendendo cioè l’immensa grandezza e la contemporanea limitazione del presbiterismo, perché il prete, seguito principalmente da una popolazione femminile, è un vero e proprio valorizzatore dei crismi delle donne, specialmente di quelle sposate”.[singlepic id=1784 w=320 h=240 float=right]<br />
<strong>Perché non ha provato a proclamarsi paladino di un diritto-dovere, tanto caro ai protestanti, che il mondo circostante ritiene inevitabile, necessario?</strong><br />
“Perché non ero, non sono e non sarò pronto per una crociata tanto impegnativa. Quando ripenso a quel momento, a quel sì pronunciato, ricordo perfettamente che il mio animo non fosse animato da dubbi, ma dalla certezza. Il paradosso non è rappresentato dall’attrazione femminile, dalla tentazione, ma da quel senso di profonda solitudine di una vita sistematicamente espropriata, dove tutti vogliono e possono entrare, portandosi puntualmente via qualcosa di importante, decisivo, irrinunciabile. E’ questo esclusivismo che ha probabilmente lacerato, nel tessuto, il mio sacerdozio”.<br />
<strong>Però con questa chiesa, quella che si rifiuta di dare l’eucarestia ai gay, tanto per fare uno degli ultimi, ma comunque eclatanti esempi, lei è sempre apparso un pesce fuor d’acqua, alla stregua di altri suoi ex colleghi: don Santoro, don Farinella, don Gallo, don Della Sala e tanti altri, spesso definiti “dissidenti”&#8230;</strong><br />
“Non ha alcun senso che ora, da esterno, mi permetta il lusso di dare un giudizio. Ho solo il terrore che tutti quei preti che lei ha citato verranno, lentamente, allontanati dalla gente con la quale fanno sistematicamente comunione, zittiti e resi impotenti di essere davvero discepoli di Dio”.<br />
<strong>In quale chiesa, quando è a Pistoia, va alla S.Messa?</strong><br />
“Il mio lavoro (Vannucchi è segretario generale della fondazione Un raggio di sole), spesso, mi porta fuori, ma quando sono in città, la domenica vado alla celebrazione della chiesa del Belvedere, quella di don Roberto Breschi: è la sua cura dettagliata dell’omelia, il suo calore che mi affascinano”.<br />
<strong>Mai provato nostalgie?</strong><br />
“Spesso, perché il momento eucaristico è qualcosa di immenso, non solo spiritualmente. Il calore che ricevevo prima, da sacerdote, lo continuo a sentire ancora oggi e, paradosso, soprattutto dalle persone più anziane, che sono decisamente più avanti rispetto all’immobilismo dei Palazzi. In molti mi chiamano ancora don Cristiano: lo fanno con un senso di appartenenza e di tenerezza sul quale non mi sono mai permesso il lusso di specificare, chiedendo inutili e assurde correzioni. Il vangelo è la legge dell’amore, non l’amore della legge”.</p>
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		<title>“Il coraggio è  il mio lavoro”</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 19:32:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Scardigli</dc:creator>
				<category><![CDATA[La storia]]></category>
		<category><![CDATA[coraggio]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il piccolo Luca è al cellulare, sta parlando con la nonna, anche  se la proiezione de “L’era glaciale”, in Tv, lo attrae decisamente di più. Ha da  poco finito di fare colazione: ha ancora addosso il pigiamino e quella tosse che  non se ne vuole andare. Eleonora invece, la sorellina quattro anni più grande, è  a Firenze, con il padre, con il quale ha trascorso il Natale. La casa,  piccolina, è sull’orlo di essere messa a soqquadro dai regali che sono arrivati  da parenti e amici, ma Silvia, la padrona di casa, la mamma di Luca e Eleonora,  nonostante tutto, riesce a tenere sotto controllo la situazione. Nonostante due  uomini che le hanno regalato altrettanti figli, senza però essere stati capaci  di darle almeno l’illusione di essere disposti ad amarla per tutta la vita e,  nonostante una malattia che la perseguita da quando era bambina, una rara  patologia che l’ha costretta a trascorrere un anno tra i letti del Mayer di  Firenze e quelli del Gaslini di Genova, prima di venir ricoverata, grazie al  papà membro dell’aeronautica militare, a Parigi, dove le hanno asportato una  milza.  “E’ dura, ma ho l’obbligo di pensare che ce la posso fare, che ce la  devo fare – racconta Silvia Giuliani, 32 anni, pistoiese, una delle tante  addette Answers che vantano un contratto a tempo indeterminato senza però  riscuotere lo stipendio, da alcuni mesi -, non foss’altro per queste due mie  creature che almeno il senso, alla mia vita, glielo hanno dato: se sarò anche un  po’ fortunata, d’ora in avanti, le mie stelle mi indicheranno anche la strada”.  Perché dopo averle asportato la milza, a Silvia, perennemente sotto controllo  sanitario, il personale di alcuni nosocomi specializzati le hanno diagnosticato  anche una forma di leucemia che non l’ha condannata a morte, ma che la fa vivere  con il fiato sospeso, in eterno e precario equilibrio tra una discreta salute  apparente che non le oscura la bellezza e il male che potrebbe coinvolgerla in  un battibaleno e portarla via. Un limbo che non è riuscito a scoraggiarla,  perché Silvia ha frequentato il corso alberghiero di Montecatini e dopo aver  ottenuto un brillante diploma, ha iniziato a lavorare, nel 1995, in vari  alberghi di Firenze e del centro termale, fino ad ottenere, dieci anni più  tardi, il riconoscimento e la qualifica di capo ricevimento, conferitole al  Tamerici. “Nel 2001 ho conosciuto Daniele, il padre di Eleonora, con il quale,  tutto sommato, ho conservato rapporti decenti: nostra figlia, per questo natale,  è andata a stare da lui, a Firenze, ma tra poco torna, per fortuna”. I genitori  di Silvia, questa gravidanza fuori dal matrimonio non l’hanno mai digerita e i  rapporti, mai stati idilliaci, non fanno che peggiorare, diventando quasi  impossibili il giorno che Silvia e Daniele decidono di lasciarsi. Qualche tempo  dopo arriva Gianluca, torinese. Memore delle precedenti resistenze e  innumerevoli contrattempi, Silvia, stavolta, decide di condire il suo nuovo  amore convolando a nozze, ma nemmeno stavolta la fortuna è dalla sua parte.   Dopo la nascita di Luca infatti, il feeling tra Silvia e Gianluca si incrina,  fino a deteriorarsi irreparabilmente, con tanto di separazione legale e causa  giudiziaria. “Nel 2007, finalmente, una buona notizia: leggo su internet che  Answers, la ditta di servizi di Pistoia legata al colosso Phone Media, sta  cercando lavoratori specializzati: invio il mio curriculum, che negli anni si è  impreziosito anche di altre nobili referenze, soprattutto informatiche e mi  chiamano per un colloquio. Convincente, immagino, perché da lì a poco vengo  assunta”. Il resto, di questa maleodorante pagina di capitalismo malato e  criminale che forse conoscerà giustizia solo quando si deciderà un  commissariamento e un’incriminazione penale per quelli che ci hanno speculato  attorno, evitiamo di raccontarvelo. Silvia però &#8211; che è regolarmente assunta  senza però percepire stipendio, è anche un’attivista dei comitati di base, una  sigla sindacale questa particolarmente invisa tanto alla dirigenza quanto agli  allineati confederali -, non si smaterializza e i suoi due figli crescono.  “Per  questo natale non sapevo proprio come fare: ho fatto qualche movimento su E-bay  e dopo essere riuscita a vendere quasi tutti i miei vestiti, ho racimolato 200  euro. Per comprare una bambola ad Eleonora e qualche drago a Luca, sono bastati:  ma ora”? Anche l’Usl, Silvia, la tiene d’occhio, perché vogliono sapere come  faccia a provvedere ai suoi figli. “Sono in grado di reggere l’urto e le  difficoltà ancora per qualche mese: poi non saprò più a quale santo  rivolgermi”. Suona la porta di casa. E’ un suo vicino, che vive sullo stesso  pianerottolo di questo piccolo ma dignitosissimo condominio nel centro di  Montecatini. E’ un indiano, che non sa nulla di informatica, ma è un grande  cuoco e lo scambio consiste in questo: Silvia gli mette a posto computer e  telefonini, lui prepara per lei e i suoi due marmocchi delle vere e proprie  leccornie. “Un giorno la fortuna passerà anche sotto casa mia: speriamo di  essere in salute, quel giorno, per poter prendere in braccio Luca e dare la mano  ad Eleonora; e speriamo anche di essere vestita carina, per poter salire sulla  carrozza”.</p>
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		<title>“Sono viva grazie ai miei libri”</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Oct 2009 14:54:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Severi</dc:creator>
				<category><![CDATA[La storia]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[margine coperta]]></category>
		<category><![CDATA[mila]]></category>
		<category><![CDATA[viva]]></category>

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		<description><![CDATA[La scrittura, per Mila, è terapeutica. La scrittura, per Mila, è libertà. La scrittura, per Mila, è la vita stessa. Perché Mila Becarelli, una giovane donna di quarantatre anni, è costretta da anni su una sedia a rotelle, a causa di una rara malattia genetica progressiva che la limita nei movimenti, fino a renderle problematico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La scrittura, per Mila, è terapeutica. La scrittura, per Mila, è libertà. La scrittura, per Mila, è la vita stessa. Perché Mila Becarelli, una giovane donna di quarantatre anni, è costretta da anni su una sedia a rotelle, a causa di una rara malattia genetica progressiva che la limita nei movimenti, fino a renderle problematico anche il più semplice gesto, come parlare o lavorare al computer. Mila, però è una donna vivace, attenta e curiosa. Ed è una bravissima ed affermata scrittrice. Sono, ormai, dodici anni che scrive: lo fa per mestiere, certo, ma soprattutto per passione. Quando le chiediamo come ha cominciato ci risponde che stava attraversando un brutto momento – non solo per il progressivo sviluppo della malattia – di solitudine e  di emarginazione e ha deciso di fermare su carta quelli che erano i suoi sentimenti. Si è sentita subito meglio, e ha compreso il potere della scrittura. Un potere “curativo” da una parte, e uno comunicativo, che le permette di far conoscere al pubblico ciò che dimora nella sua anima. Da allora, non si è più fermata. La fantasia di Mila è fervida, la curiosità mai sazia. Scrive, soprattutto, bellissimi racconti per bambini: e già solo dai titoli o dai nomi bizzarri che dà ai suoi personaggi si capisce che in lei c’è un grande talento, e una grande sensibilità per il mondo dei più piccoli. Ah..queste carote è stato il suo primissimo lavoro, pubblicato, poi nel 1999 nella raccolta Formicolando e affini (Lo Faro Editore). L’anno dopo esce La scrittrice di sogni e nel 2001 Filoblù ed altre storie (entrambi per la casa editrice L’Autore Libri di Firenze). La notorietà di Mila cresce, i riconoscimenti fioccano e i suoi libri vengono stimati ed apprezzati da piccoli e grandi. Grazie all’aiuto di Luisella, sua amica, ha la possibilità di girane per le scuole, incontrare bambini, partecipare ad eventi culturali, conoscere gente e farsi conoscere dalla gente. Il contatto umano per Mila è fondamentale. E’ la sua prima fonte di ispirazione. Ascolta i racconti degli amici, storie di vita quotidiana, le elabora e da queste trae spunto per le sue opere. Nel 2007 pubblica il suo lavoro più impegnativo Teniamoci in contatto, la storia commovente di una donna che scopre di aspettare un bambino dal proprio compagno quando, ormai, la relazione è finita. E’ stato un importante traguardo per Mila riuscire a scrivere un racconto di narrativa e non di fantasia, destinato ad un pubblico adulto. Ci spiega che scrivere di fantasia è molto più facile: le idee si susseguono con facilità e rapidità, un fiume in piena che prende forma e consistenza senza grandi intoppi. Ma la narrativa è un’altra storia. La difficoltà più grande è stata, però, di natura tecnica. Per Mila è difficile e stancante scrivere al pc. La sua postazione di lavoro è particolare e bene attrezzata (tastiera con tasti grandi, braccioli per poggiare le braccia, prolunghe da mettere alle dita realizzate da suo padre Luigi) ma lo sforzo fisico è, ugualmente, elevato. Quindi, Mila, si affida alla disponibilità di un’insegnante in pensione che va da lei qualche pomeriggio a settimana e batte al computer ciò che Mila le detta. Ma dettare una favola è più facile che trasferire emozioni, pathos, sensazioni di una storia vera. Tuttavia, nonostante il lavoro estremamente difficile, Mila è riuscita nel suo intento e gli elogi non sono mancati. Chi pensa a Mila come ad una donna solo dolce e sensibile, curiosa e talentuosa si sbaglia: c’è molto coraggio in lei, determinazione, grande senso di giustizia. Ci racconta un aneddoto, molto esplicativo: tempo fa andò con i genitori (Viviana, la madre e Luigi il padre) a Collodi, per una visita al famoso Parco di Pinocchio. Fu impossibile per lei, già costretta sulla sedia a rotelle, visitare il Parco, costellato di barriere architettoniche (scalinate su tutte). Mila, allora, scrisse a giornali e televisioni. Il suo caso finì alla Vita in Diretta e il Parco si attrezzò per ospitare visitatori nelle stesse condizioni di Mila. Fu proprio lei a tagliare il nastro che inaugurava la nuova struttura. Aldilà della facile retorica, conoscere la storia di Mila è stata una fortuna: la forza di volontà di questa ragazza è, quasi materialmente, percepibile, la serenità che emana incoraggiante, la simpatia contagiosa, la voglia di vivere un esempio. E se le chiediamo qual è il suo sogno nel cassetto, ci risponde: “Vorrei che i miei libri potessero aiutare qualcuno”. La sensibilità, disarmante.</p>
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