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“Il Blues’In è patrimonio della città”

Non staccate la spina al Festival Blues. E’ vero, la manifestazione non se la passa benissimo: ha le coronarie stanche, un po’ di confusione dettata dall’età (30 anni in piazza sotto il caldo torrido dei luglio pistoiesi) e i suoi visitatori non sono più le stelle di prima grandezza di una volta, per non parlare dell’Amministrazione della città, che ormai, più che ospitarla, sembra sopportarla.

Ma il Blues’In – si chiamava così, ed aveva senso quella origine tanto controllata – è ormai un profondo e ricco patrimonio culturale di Pistoia, della Toscana e del Paese.

[singlepic id=2345 w=640 h=420 mode=watermark float=left]Aiutiamolo questo anzianotto un po’ acciaccato a riprendersi: non c’è bisogno di chirurgia plastica, lifting, maquillage. Basta investire un po’ di liquidità nell’altro mondo e andare a vedere, tra Chicago e Memphis, Detroit e New York, come se la passino i figli, più o meno legittimi, di B.B. King, Muddy Wathers, Pat Metheny, Jeff Beck, Salomon Burke, Buddy Guy, Steve Ray Vaughan, Albert Collins, Albert King, Jeff Healey, Robert Plant, Jimmi Page, Bob Dylan e quello stuolo meraviglioso di artisti che dal 14 luglio 1980 ad oggi è passato, almeno una volta, da quella meravigliosa piazza, piazza del Duomo.
Certo, ripensando all’ultima edizione (14–18 luglio) da poco passata in archivio, i dubbi nascono come funghi. A cominciare da un palinsesto vivo, troppo vivo, quasi schizoide: i primi due giorni con il rock progressivo e metallico dei Porcupine Tree e dei Gamma Ray  per poi ceder al palco al teatrante catanese naturalizzato scozzese Mario Biondi e la sua formidabile band, prima di decidere di chiudere il sipario sul blues per definizione, con un 74enne di rara bellezza, Buddy Guy e i suoi poderosi (in tutti i sensi) strumentisti al seguito. L’assurdo però si è consumato il quinto ed ultimo giorno, quando per esigenze di Giostra dell’Orso (non è una novità che San Jacopo cada il 25 luglio, e si rialzi puntualmente, tra l’altro), il Festival si è dovuto trasferire nel giardinetto del Villon Puccini, lungo via Dalmazia e dare così modo a Jimmie Vaughan (il fratello meno dotato di Steve Ray) e Robert Cray (il Barak Obama del blues) di esibirsi al cospetto di 600 – 700 persone, la metà delle quali accreditate da quotidiani, settimanali, mensili, radio, televisioni, emittenti radiofoniche e quello stuolo incredibile di soggetti appartenenti ai mezzi di informazione (definiti di massa, ecco perché).
Proteggiamolo questo Blues’In, così come sostiene Silvano Martini, tutor della sicurezza del festival ininterrottamente dalla prima edizione e dal 1985 addirittura responsabile. “Ho visto oltre tremila concerti sparsi in tutto il Mondo – racconta il body guard della musica – e credetemi, quello che ho visto a Pistoia somiglia a poche altre manifestazioni”.

Proteggiamolo, questo Festival, perché nel resto della Provincia, con la sola eccezione del miracoloso Porretta Soul (bolognese tra l’altro) e qualche sporadica iniziativa, di eventi se ne consumano davvero pochi. Proteggiamolo questo meraviglioso giocattolo per i più grandi, una raccolta-firme che potrebbe nascere tra i gestori di quegli esercizi che durante il Festival si litigano i musicisti indigeni per fare da degna cornice alla manifestazione, salvo poi dimenticarli, tutti, ma proprio tutti, fino alla successiva. Pistoia è anche il Blues’In, e su questo siamo d’accordo. O no?

2,

ago at 4:11 PM

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