Il Giullare > Fini vs Berlusconi: la bufera.
[singlepic id=2590 w=320 h=240 float=left]“Sono e resto un finiano convinto”
Anche Nicola Barbarito, giovane consigliere comunale di Pistoia nelle liste di Alleanza Nazionale, sta tirando le briglia al proprio cavallo: Gianfranco Fini.
“Fino al prossimo 5 settembre è bene che ci si morda tutti la lingua, prima di parlare: siamo in attesa dello storico incontro di Mirabello, in provincia di Modena, dove Gianfranco Fini darà al suo popolo le linee guida per la politica futura, per il prossimo fare futuro. Sarà un congresso ancor più importante di quello di Anagni, dove si decise lo strappo con un passato che per molti, troppi versi, non ci apparteneva più”.
Dall’entusiasmo con il quale la racconta, lascia tranquillamente intendere di essere pienamente convinto dalla linea del suo presidente.
“Sono sempre stato un finiano: ricordo ancora quando è arrivato a Pistoia e dopo aver scansato tutti è venuto ad abbracciarmi. Sono un ragazzo che è ancora fermamente convinto che la politica possa e debba svolgere un ruolo fondamentale nella vita sociale di qualsiasi agglomerato umano. I suoi colonnelli, quello che lo accusavano di schiacciarsi troppo all’ombra di Berlusconi, alla prima conta lo hanno abbandonato, preferendo cavalcare proprio l’altra tigre”.
Già, Berlusconi. Ma non è stato lui a cambiare improvvisamente: è Fini che ad un certo punto si è messo a dire cose di sinistra.
“Non esagerate – sorride -. In linea di principio non conosco un solo politico che nei suoi programmi dica o sostenga cose che non siano di dominio interesse e condivisione pubblica: tasse meno onerose, sicurezza, problemi dell’immigrazione, istruzione, sanità, infrastrutture. Se ascolti attentamente, in campagna elettorale, una voce è quella del suo più acerrimo nemico, in linea di massima, sui programmi, spesso, c’è quasi una totale condivisione. Il problema, d’ora in avanti, è riuscire a trasformare le parole in fatti, perché di chiacchiere, la gente, non ne vuole più”.
Il feeling con il Pdl, anche prima della seduta di Mirabello, sembra essere ormai svanito. Aspettiamo di conoscere i nuovi partners: Fini sta già tessendo la tela; Barbarito lo sa, ma fino al 5 settembre, acqua in bocca.
Lorenzo Vignali
Consigliere Comunale di Chiesina Uzzanese
Rispolveravo camera al ritorno da una vacanza e, in un cassetto, ho trovato un accendino. Non era un accendino normale: busta di pelle nera, frangifiamma, placcato d’argento e alquanto pesante. Sopra un’incisione particolare, un simbolo per cui hai sempre lottato e la firma di colui che era il punto di riferimento di una classe politica: Alleanza Nazionale e Gianfranco Fini.
Quell’accendino mi ha fatto venire un po’ di nostalgìa anche a me che An l’ho vissuta poco, ma per fortuna l’ho sempre respirata in casa. Una volta quando si muoveva Fini tutti accorrevano a vederlo, sentirlo, stringergli la mano. Era un sogno, le foto solo ai più fortunati. E invece, ora dopo averlo seguito nella fusione con Forza Italia, forse non pienamente convinti, ma fidandoci ciecamente della sua lungimiranza politica, ci troviamo inspiegabilmente contro di lui.
Gli aderenti a Futuro e Libertà attaccano a spada tratta gli ex-An di non seguire l’ex-delfino nelle proprie campagne ideologiche per distruggere il primo partito italiano di cui è cofondatore. Non è tradimento se noi che proveniamo da Alleanza Nazionale e siamo fieri del nostro passato, non seguiamo Fini. Lui ci ha portato nel PdL e noi da buoni politicanti abbiamo aderito. Abbiamo vinto tutte le elezioni, abbiamo cercato di portare avanti i valori di sempre in un nuovo, ampio e sfaccettato contenitore di idee. Ora ci sentiamo nel PdL e non vogliamo distruggere un altro partito. Non seguire Fini, inoltre, non vuol dire necessariamente essere Berlusconi-dipendenti. Naturalmente il Premier è il leader indiscusso nonché il Presidente del Partito, ma ciò non basta per identificare coloro che sono rimasti nel Pdl dei “Berluscones”. La Russa, Gasparri, Matteoli, Meloni ed altri sono sempre stati e sempre saranno i nostri punti di riferimento, anche all’interno di un così vasto partito.
A questo punto allora non so se è meglio andare alle urne, come ha detto Bossi, ripulire il Pdl e sperare di ottenere un risultato simile alle scorse politche, con il pericolo, però, che si crei un altro problema: lo strapotere della Lega. Speriamo che i nostri statisti sappiano cosa fare, è l’unico auspicio
Roberto Benedetti
Vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana
Consigliere regionale Pdl
A mio avviso, quello del Pdl è un tentativo politico da non da buttare a mare assolutamente. Esso porta infatti con sé l’idea di un bipolarismo tendente al bipartitismo che supera le logiche e gli assetti politici da vecchia Repubblica. Questo io ritengo sia un valore che non può essere perduto o disperso.
Quanto alla genesi del Pdl, non posso nascondere che noi di Alleanza Nazionale eravamo perplessi sul fatto di sciogliere il partito per confluirvi. I dubbi c’erano, ma Fini allora ci ha obbligati a questo passo. Noi avremmo senz’altro preferito un assetto federale, che mantenesse intatte le identità e la storia di Forza Italia e di Alleanza Nazionale che, in quel modo, avrebbero costituito ciascuna un contrappeso equilibrato per l’altra.
Anche da un punto di vista degli equilibri nell’attuale governo, una rappresentanza autonoma della destra italiana avrebbe garantito un contraltare politico nei confronti dell’alleato Lega Nord, a garanzia soprattutto del centro e del sud dell’Italia. E’ per questo motivo, anche, che tornare indietro ora è da folli. Soprattutto alla luce degli esiti delle elezioni regionali, che hanno visto una crescita del Pdl nonostante Fini abbia fatto il possibile per remare contro mettendo sul piatto polemiche sterili rispetto a un’azione di governo incisiva e proficua, estranee rispetto alla tradizione della destra, e che hanno avuto come unico risultato finale quello di concorrere all’espansione della Lega Nord.
Ma ora, la cosa che più non ci va giù è un’altra: è che la storia, le sofferenze, i sacrifici della destra italiana siano finiti in una società off-shore che si occupa di case a Montecarlo. Va bene far evolvere un partito secondo le esigenze della storia, il che rende comprensibili i superamenti prima del fascismo, poi dell’Msi e di An poi confluita nel Pdl. Ma finire nel tullianismo proprio no, non ci sta bene.
Giovanni Bucciero
Vice Coordinatore Pdl Montecatini
Segretario Amministrativo Coordinamento Provinciale di Pistoia
Consigliere Nazionale Il Buongoverno-Pdl
Gianfranco Fini ha lamentato la gestione “aziendale” del Pdl, come se Silvio Berlusconi non avesse innovato la politica italiana, cambiando il modo di intendere i partiti, ammodernandoli secondo una concezione democratica e popolare.
Come se Fini ad un certo punto si fosse dimenticato di quando, lui davvero, faceva il dittatore. Era il 19 Luglio 2005 e con un blitz squadrista, revocò tutti gli incarichi ai suoi dirigenti di partito (Gasparri, Matteoli, La Russa) per colpa di un colloquio carpito da un giornalista e pubblicato su “Il Tempo” nel quale i colonnelli di AN contestavano alcune posizioni di Fini (allora Vicepremier).
Il Corriere della Sera in quei giorni scriveva un titolo eloquente: “Un blitz di Fini azzera i vertici del partito”. L’onorevole Fini, che oggi predica bene, ha razzolato male sin dal principio della sua attività politica. Era il 1977 e il giovane Gianfranco perse il congresso nazionale del Fronte della Gioventù (arrivò quinto su sette) ma trovò, da buon politicante, un compromesso per arginare l’avvilente classifica e, ipso iure di essere l’uomo più fidato dell’allora leader Giorgio Almirante, riuscì a sovvertire l’esito democratico con l’ausilio del suo mentore.
Già da allora Fini manifestava un eritema ideologico verso il voto popolare. Al nuovo e unico (per la gioia del suo ego) leader di Futuro e Libertà per l’Italia, non è mai mancata l’indole del ‘sovversivo politico’ e l’attualità ce ne dà ragione. Pace. Ormai è dall’altra parte. Possiamo tornare al lavoro.
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