Il Giullare > “C’è posto per te” in tv, ma anche all’inferno
Massimiliano Lenzi, 36 anni è il giornalista più ispirato della Valdinievole. Cresciuto a Ponte Buggianese ha iniziato a scrivere per “Il Tirreno”. Trasferitosi a Roma per studiare è poi diventato redattore di “Otto e mezzo” di Giuliano Ferrara e dal 2008 lavora per “Anno Zero” di Michele Santoro. È autore del libro più originale del mondo della televisione. Lui stesso, in questo articolo, ci descrive la sua opera e la sua carriera.
Cominciò che era finita. Succede ovunque così – persino ad Hollywood, California, il regno del cinema e dei sogni – si viene al mondo e si cresce, quasi tutti al solito modo, la scuola, le medie, il liceo, il campo di pallone, le prime ragazze. Trastullati tra il far qualcosa e il tirar tardi, giusto per ammazzare il tempo che alla fine ammazzerà noi.
Il mio modo di fregarle, quelle lancette che non si fermano mai, è da sempre la scrittura. Al giornalismo, a dire il vero, ci sono arrivato quasi per caso, sospeso com’ero tra l’Università e il teatro, tra Vittorio Gassman, la poesia e le noie delle lezioni di giurisprudenza. Per caso, dicevo, parlando con Giacche, all’anagrafe Giampiero Cortesi, un uomo simpatico. Sono passati tanti anni, credo fosse il 1996 o il 1997, non ricordo di preciso, quando incrociandolo per strada mi disse: “Perché non vieni a scrivere al Tirreno, io faccio il calcio, tu potresti seguire la cronaca”. Detto fatto. Tre anni lì, nel quotidiano di provincia, a cercar notizie con Corrado Benzio (all’epoca il caposervizio a Montecatini Terme), a bisticciar con gli amici che ci finivano dentro (alle notizie), insomma a lavorare. Non si dovrebbe nascere per faticare – la vita è troppo breve, ne parliamo sovente con l’amico di sempre Giovanni – ma capita a molti, uomini e donne, di farci i conti, ogni giorno, con il lavoro per combinare il pranzo con la cena.
È andata così, che di notizia in notizia, sono arrivato a Roma, stufo di cronache sempre uguali. Il mio babbo me lo diceva sempre e lo ringrazio ancora: “Ma che ci fai qui, decidi cosa vuoi fare nella vita se pensi sia questo, provaci”. Son partito e, nonostante Roma sia vicina, credo di aver dato un dispiacere a mia madre, anche se lei non me lo hai mai detto, amorosa com’è con questo figlio ganzo. A Roma sono arrivati la laurea, in giornalismo, 110 e lode, un cadeau per farmi perdonare gli anni spesi invano a giurisprudenza. E poi, dopo uno stage, le collaborazioni con alcuni giornali (tra questi Il Foglio) e l’ingresso ad Otto e mezzo, il programma quotidiano su La7 condotto, sino al 2008, da Giuliano Ferrara. In quel laboratorio di idee ho trascorso sei anni, divertenti e entusiasmanti. Ma niente si sa – dura in eterno – e così quest’anno, come autore, mi sono affacciato ad Annozero, Raidue, la trasmissione di Michele Santoro. Un godimento.
La mia generazione, quelli che hanno tra i trenta e i quarant’anni, vivono così, nomadi pieni di idee e di cultura. La sociologia ci si diverte da una vita con noi: ci studiano, ci scrivono libri, ma son le solite storie da intellettuali. Vanno bene ma non spiegano una mazza. Nella vita o si è Cesare o si è Nessuno, le vie di mezzo sono per i mediocri e la televisione, con i suoi divi, le sue messe in scena, ce lo racconta ad ogni frame. Sulla tv ho da poco scritto un libro, “C’è posto per te” (Vallecchi Editore) con la prefazione di Carlo Freccero, uno sperimentatore di linguaggi audiovisivi senza pari, giramondo com’è stato tra la Rai e la tv commerciale degli anni Ottanta, tra Raidue e il satellite. Quanto a me, vivo e scrivo. La poesia – quella – continua a piacermi, soprattutto per la sua non curanza della stupidità umana. “Lo so – recitava negli anni Settanta Vittorio Gassman incazzato con il mondo – vi ho molto rotto i coglioni, un fatto, badate, biunivoco. Datemi atto: io l’ho scontato, l’equivoco, di aver amato l’Alfieri e il Manzoni. Ma voi, d’altronde, cosa avete amato?”. Si fa tardi, smettiamola qui: anche se è appena incominciata è già finita.
L’opera di Massimiliano Lenzi recensita dal critico televisivo Aldo Grasso
Decalogo per tronisti e tipi da reality
A differenza della vita, la tv offre sempre una seconda chance e magari anche una terza, una quarta…
Esiste un decalogo (ironico) per tipi da reality, aspiranti veline, opinionisti, ballerine senza scuola di danza, cantanti senza voce e tronisti a tutto campo? Ci ha pensato Massimiliano Lenzi con il libro C’è posto per te. Inferno, Purgatorio e Paradiso della tv italiana, con nomi e cognomi (Vallecchi). Lenzi scrive di tv sul Foglio ma è anche redattore di alcune celebri trasmissioni: per questo il suo occhio è disincantato, i suoi nomi e cognomi non configurano mai una lista di proscrizione, il suo rispetto per la gente di tv è alto. Fosse per lui li metterebbe tutti in Paradiso, ben conscio che l’Inferno della tv è generoso di speranze, per tutti quelli che vi entrano.
Ma torniamo al decalogo. Primo comandamento: avrai altri programmi dopo il primo. A differenza della vita, la tv offre sempre una seconda chance e magari anche una terza, una quarta… Secondo: non nominare i nomi dei capistruttura invano. Mai parlare male di qualche funzionario tv: sono troppo permalosi. Terzo: ricordatevi di santificare lo share. L’ascolto è la nuova divinità televisiva: audience, share e rating sono la Sacra Triade della tv generalista. Quarto: onora Maurizio Costanzo e Maria De Filippi. Ma anche no. Quinto: non bestemmiare, come suggerisce padre Dante. Sesto: commettere atti impuri. Quanto meno per alimentare la leggenda del velinismo imperante, del divano del capostruttura, ecc. Settimo: copiare sì, imitare no. Totò, nelle autorevoli vesti del pittore Scorcelletti (Totò, Eva e il pennello proibito, 1958) affermava con risolutezza che «creare è facile, difficile è copiare». Ottavo: gossip, gossip, gossip. Chi non finisce almeno una volta su Dagospia non conta nulla. Nono: non desiderate la soubrette degli altri. Tronfia, la tronista troneggia sul trono. E già si crede soubrette. Decimo: non desiderate i programmi degli altri. Se vi offrono un programma, fatelo. Come in amore, ogni lasciata è persa. Paradise Lost.
Il Corriere della Sera – 24 giugno 2009
Dove si trova il libro
Il libro del giornalista Massimiliano Lenzi, anche collaboratore de “Il Foglio, de “L’Unione Sarda” e del Secolo XIX, è già in vendita alla libreria Vezzani di Montecatini ed è disponibile in tutte le librerie Feltrinelli e Mondadori. È acquistabile inoltre su internet, con spedizione in pochi giorni.
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One Response to “C’è posto per te” in tv, ma anche all’inferno
Valeria Pierdominici 30 settembre 2009 at 11:47
Lui e’ un giornalista vero.
Di quelle persone che quando entrano nel vagone di un treno con la loro nautalezza e non fanno altro che attirare la tua attenzione distogliendoti dal libro che stai leggendo: speriamo che si sieda proprio qui, il primo pensiero.
Ma no, lui non risponde alle comuni aspettative.
Lui si siede dietro di te, sfoglia libri, quotidiani, fa rumore e ti incuriosisce.
Se costretto a girarti ed in quel momento ti guarda: e’ lui poesia.
Gli domandi, ti risponde, lui domanda e tu rispondi fino a quando finisce per scrivere qualcosa su di te.
Lui e’ il futuro del giornalismo italiano e della televisione, dategli solo qualche anno.