Il Giullare > Il libro di Moreno Pisto. “Figlio mio, ho un maestro. Si chiama VASCO ROSSI”

Il libro di Moreno Pisto. “Figlio mio, ho un maestro. Si chiama VASCO ROSSI”

a cura di Alessandro De Gregorio

Moreno Pisto (nella foto) è un paraculo. Anzi, il gran visir dei paraculi. Tranquilli, lui lo sa che avrei cominciato il pezzo così. E comunque è un complimento. Perché il libro che ha appena scritto e uscirà in questi giorni è allo stesso tempo un colpo di genio, una sfacciata operazione commerciale, una ventata di freschezza. E’ un bel libro, anche se chi scrive è assolutamente di parte. Un libro originale, coraggioso, spietato.

Moreno l’ha intitolato “Vasco per maestro” e non c’è bisogno della copertina per capire a chi si riferisca. Perché di Rossi ce ne sono tanti, ma di Vasco ce n’è uno solo. Moreno l’ha scoperto e poi seguito, dall’adolescenza a oggi. L’ha amato, l’ha odiato, ha cantato le sue canzoni, ha assorbito i suoi testi come tante migliaia di fan. Li ha fatti propri, li ha modellati sulla propria vita, sulle proprie emozioni, sui propri amori, mischiandoli con i successi e le esaltazioni e le sofferenze e le depressioni che hanno segnato il proprio percorso di vita.

Ora Moreno, che non ha sessant’anni ma poco più della metà, ha messo insieme i pezzi di se stesso, li ha raccontati seguendo il filo delle canzoni di Vasco e li ha regalati a suo figlio Orlando, il secondogenito. Il più piccolino della tribù, quel batuffolo che gli ha cambiato la prospettiva con la potenza di uno tsunami. “Tutto quello che ho imparato sulla vita e che spiegherò a mio figlio” scrive Moreno nel sottotitolo.  E’ un dono enorme, rivoluzionario, quello che fa a Orlando. Perché l’autore (sorrido al pensiero di chiamarlo così…) si spoglia, resta nudo per davvero. Confessa. Tutto. Le droghe, il sesso, i tradimenti, le ombre del cuore, le debolezze.

Prima ancora dell’introduzione,  Moreno mette subito le cose in chiaro con una poesia liberamente ispirata da “Padre” di Vasco:  “Figlio, ho commesso molti peccati. Ho tradito me stesso, più volte. Ho tradito tua madre. Ho fumato e bevuto troppo. Mi sono drogato. Mi sono toccato. Ho guidato sotto effetto di alcol e di droghe. Figlio, ho pagato per amare. Ho mentito e mento quotidianamente. Non mi fido di nessuno. Non credo in Dio. Bestemmio. Figlio, scusami per il tempo che non ti dedicherò. Non voglio vivere in eterno. Non penso molto alla salute. Non avrai altro padre al di fuori di me, che ti piaccia o no. Che il benvenuto tu sia”. Ecco, ci vogliono le palle solo per scrivere una cosa del genere. Ed è solo l’inizio.  Moreno canta Vasco e racconta se stesso. Le donne, l’amore, il sesso, la libertà, l’amicizia, la diversità, l’alcol, le droghe i sogni. C’è tanto Moreno ma c’è anche tanto

Vasco in questo libro che si conclude con un’esortazione a Orlando:  “Vivi intensamente. Le emozioni. L’amore. Le donne. Il sesso. Gli altri. I tuoi sogni. Vivi per la storia, non per la cronaca”. Non è una lettura per puristi. Non è roba per moralisti. Ma ha una morale: vivere, sognare, dare il meglio di noi stessi. Per noi e per gli altri. Moreno, da quando lo conosco (e sono più di dieci anni) lo ha sempre fatto. Ha commesso errori e li ha pagati. Ne commetterà altri e non si tirerà indietro. Lo so. Ma è uno che assapora, apprezza e condivide. Come pochi altri. Moreno per chi non lo conosce è un giornalista. Ha cominciato a collaborare al Tirreno a Montecatini. Aveva la stoffa, si vedeva già a quei tempi. La sua stella a un certo punto lo ha portato a Milano. Ora è tornato a casa. Vive a Pescia con la sua spettacolare famiglia.  E’ cresciuto, sì, ma è rimasto lo stesso testone di prima. Curioso e indolente allo stesso tempo, pigro e iperattivo, svagato e sveglio. Sempre controcorrente, fuori dagli schemi. Un po’ come Vasco, che ha eletto suo maestro di vita. E sul quale ha cucito questa autobiografia.

“Maestro io? – scrive Vasco nella prefazione – Ma come, ho pensato quando ho visto il titolo, avranno dimenticato l’aggettivo “cattivo”, o forse lo aggiungeranno dopo. A prescindere dal fatto che non faccio il mestiere del maestro e che sono un esperimento pericoloso da non ripetere a casa, trovo che il titolo sia una bella provocazione di questi tempi. Ma cosa c’è poi scritto in questo libro? La verità, come l’arte, è negli occhi di chi guarda. Le mie canzoni parlano di qualcosa che è già dentro a chi le ascolta”. “Non so se Vasco sia un buon padre o no. Non mi interessa – scrive Moreno – So che buone sono le emozioni che riesce a trasmettere attraverso le sue parole, quelle che hanno segnato l’adolescenza e la gioventù di tante, tantissime persone, compreso me.

Sensazioni che lo hanno fatto diventare uno di noi, al nostro fianco anche nei tempi più bastardi. Sensazioni che adesso vorrei trasmettere a mio figlio, mio figlio che ascolterà le sue canzoni ma che non potrà capire fino in fondo chi è stato e cosa ha significato quest’uomo con gli stivali, la pancetta, la barba incolta, la voce intrisa di Lucky Strike, gli occhi vispi, chiari e che parla per frammenti e aforismi come il filosofo Friedrich Nietzsche. Perché chi è Vasco è scritto qui dentro, non nelle sue biografie, nemmeno nelle interviste. Nelle emozioni. Punto”. Sei un grande, Moreno.

L’articolo è stato scritto da Alessandro De Gregorio, giornalista de Il Tirreno (uno dei migliori che abbia mai conosciuto), amico e collega di Moreno Pisto. Moreno e Alessandro (l’altro, il terzo dei moschettieri, era Matteo Perniconi) sono stati la squadra che si contrapponeva a me, quando ancora inseguivo le ambulanze, per riempire le pagine de “La Nazione” di fatti di cronaca. Erano formidabili. Tra noi c’era rivalità, ma ci volevamo bene. Anche per questo, oggi sono orgoglioso di pubblicare questo pezzo. Che strana la vita.

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24,

giu at 3:00 PM

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