Il Giullare > Pazzini, giganti d’area di rigore
LA FAVOLA DI GIAMPAOLO, CAMPIONE PREDESTINATO
Questioni di cromosoni. La genetica dice che i cavalli di razza quando lasciano le competizioni e vengono adibiti alla riproduzione, hanno
una grossa percentuale di procreare altri campioni. Succede fra gli animali, ma succede soprattutto nel genere umano. La genia Pazzini ad esempio ha il gol nel DNA.
Una autentica generazione di bomber, a partire dal capostipite Romano Pazzini, centravanti alla Nordhal, nato una settantina di anni fa all’ombra di Piazza Giusti. La lunga carriera di questo spilungone implacabile nel colpo di testa inizia, manco a dirlo, con gli amaranto monsummanesi per passare poi al Ponte Buggianese. Il suo grande maestro è il mitico Penia, all’anagrafe Dino Incerpi, figura leggendaria del calcio toscano, scopritore di talenti nonchè precursore del manager all’inglese, stile Fergusson. Romano non è un mostro di tecnica ma, come si dice in gergo ”vede” la porta e la Pistoiese se ne accorge, tanto da volerlo a tutti i costi. Così nella stagione 58-59 passa al club arancione, in quarta serie, firmando 27 centri. La famiglia e il lavoro però lo allontanano dal mondo del calcio. Non così tanto da impedirgli nelle stagione 1973-74, a 37 anni suonati, di rimettersi le scarpette, dopo una lunga pausa e di segnare 16 gol con la maglia del Montelupo. Intanto sono nati Patrizio, classe 1967, e Federico, l’unico della famiglia con scarsa propensione all’arte pedatoria, ma con attitudini imprenditoriali nel settore della ristorazione. Già dai primi tocchi nel box, si capisce invece che Patrizio è nato per giocare a calcio. “Facendo un raffronto tra Giampaolo e Patrizio da bambini – confessa papà Romano – avrei scomesso tutto l’oro del mondo sul primogenito.
Era un talento naturale. Giampaolo invece l’ho visto crescere progressivamente, senza bruciare le tappe, maturando piano piano come uomo e come calciatore”.
Più estroverso e guascone Patrizio che al pari del babbo, i primi rudimenti del mestiere li impara sulle rive del torrente Candalla. Poi la Berretti della Cerretese, la Primavera del Pisa, la Colligiana sotto l’ex viola Ennio Pellegrini e la favolosa stagione (e promozione) con la Pistoiese, altra analogia con il padre: 20 gol in campionato e sei in coppa, alla quale segue quella altrettanto gloriosa col Poggibonsi, chiusa con la vittoria del campionato.
Il giro di campo lo fa con il piccolo Giampaolo sulle spalle. Quell’anno la Lazio è pronta a fargli fimare il contratto, l’affare sfuma per la concomitanza di tante strane circostanze negative. Patrizio tocca la C al Sud senza lasciare il segno, ma si regala un finale di carriera ricco di soddisfazioni in Valdinievole (Larcianese, Montecatini e Monsummano), guadagnandosi l’appellativo di Re Leone, coniato dal collega Martino Fedele. Giampaolo intanto cresce e sotto l’ala protettiva di Antonio Bongiorni, suo “mentore” alla Polisportiva Margine Coperta, passa giovanissimo all’Atalanta. Sarà la sua fortuna.
Impossibile che Antonio Bongiorni, direttore generale della Polisportiva Margine Coperta e osservatore principe dell’Atalanta, non si accorga del suo talento. Lui che allora aveva già scoperto giovani del calibro del povero Chicco Pisani, o come Fausto Rossini, Biagio Pagano e Igli Vannucci, vede calciare il piccolissimo Giampaolo e se “innamora”. A distanza di tanti anni mostra fiero gli articoli della Gazzetta dello Sport, di Tuttosport e Stadio, quando in tempi non sospetti, parlava di Giampaolo quale futuro bomber della Nazionale. Al Margine sta un anno perchè l’Atalanta lo vuole subito. Nei lunghi anni che passati in Lombardia, il puntero della città del Giusti, matura ulteriormente sia come uomo che come calciatore.
La società orobica, è fucina di talenti, ma è allo stesso tempo rigida scuola di vita. Nel colleggio nerazzurro, gestito nei minimi particolari dai preti, Giampaolo studia e si allena. L’unico svago sono le domeniche passate con Antonio Bongiorni, che lo porta sui campi di tutt’Italia, a veder le partite di coloro che un giorno non lontano saranno suoi avversari o suoi compagni. Ogni tanto mamma Manuela e papà Romano partivano di buon ora per andarlo a trovare o vedere un pò di allenamento. “Ci nascondevamo dietro gli alberi – racconta sorridendo Romano – per non dare fastidio o mettere in imbarazzo Giampaolo. Un giorno Mino Favini (ancora direttore generale del settore giovanile dell’Atalanta) ci vide. Ma cosa fate lì in disparte, avete fatto centinaia di chilomentri. Venite a sedervi con me. Non ci crederete, ci fece accomodare in panchina”. Giovanissini, Allievi, Primavera, prima squadra. Poi la nazionale juniores, il titolo europeo vinto a Vaduz, con grande festa al Minigolf, l’Under 21, la serie A, la Fiorentina, la Sampdoria, fino a quel fatidico 28 marzo 2009: il suo primo gol nella nazionale maggiore, contro il Montenegro. Una scalata progressiva, fatta di tappe quasi studiate a tavolino di un campione predestinato.




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