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Predestinato alla panchinA

Reggio Calabria, Genova (dove è nato) e da qualche mese Napoli. Grandi città, aspiranti metropoli, belle e affascinanti, ricche e controverse, misteriose e tutte con una pesantissima storia alle spalle. Ma appena può, Niccolò Frustalupi, da sette anni sulla scia di mister Walter Mazzarri e da questa stagione ufficialmente il suo allenatore in seconda, prende la macchina e torna nella sua piccola, cara e anonima Pistoia, dove ha comprato una casa e dove si augura di poter invecchiare. “Sono cresciuto lì – racconta Niccolò, raggiunto telefonicamente subito dopo uno degli allenamenti pomeridiani a Soccavo a seguire Lavezzi e compagni – e lì ho coltivato i miei rapporti più importanti, che sono le amicizie: a queste non posso rinunciare, perché sono state il mio pane quotidiano per tutta l’adolescenza. Certo, ho avuto la fortuna di vedere e vivere tre realtà urbane straordinarie, come Reggio Calabria, dove è iniziata la mia avventura, prima di passare a Genova e per poi arrivare a Napoli, e chissà dove mi porterà ancora questo affascinante mestiere che ho la fortuna di poter fare, ma ovunque mi trovi, la mia vita è un insieme di ritmi cadenzati: lavoro e casa, casa e lavoro, con le eccezioni, soventi, dei ristoranti dove andiamo a cena con parte della squadra. I miei profumi però sono quelli che si annusano tra via degli Orafi e piazza degli Ortaggi, tra via della Madonna e via Cavour e la mia gente è quella con la quale divido le passeggiate nel centro storico pistoiese, gli amici delle partite di calcio al Sussidiario, delle prime scoperte di vita, delle pizze e birra, dei patti di fedele amicizia finora tacitamente rispettati”. Niccolò iniziò a giocare a pallone da giovanissimo. Il cognome del resto era una garanzia, quasi un’ossessione: Frustalupi, stella di prima grandezza per otto anni nella Sampdoria, prima di passare all’Inter e poi alla Lazio e vincere uno storico scudetto, nel 1970, con compagni anonimi e dimenticati, come Ghedin e Garlaschelli e la stella di prima grandezza non ancora tramontata Vincenzo D’Amico. Prima di appendere le scarpe al chiodo, papà Mario viene a Pistoia a chiudere una carriera e una vita esemplare. Il giovane Niccolò, quando il papà muore, è piccolissimo, ma nel sangue gli scorrono le geometrie e la serietà paterne. Inanella tutta la trafila delle giovanili della Pistoiese, fino alla Primavera, per poi giocare a Poggibonsi e Riccione, nel campionato nazionale dilettanti e fare un’apparizione in quello professionisti proprio con la maglia arancione. “Non era il calcio giocato la mia vera passione. Volevo riuscire a trovare una chiave che mi aprisse altre porte del football, come direttore sportivo, ad esempio”. Il sogno si materializza presto perché a Pistoia, dove Niccolò, sotto la presidenza Bozzi svolge il ruolo di osservatore, arriva Walter Mazzarri, altro toscanaccio che da giocatore non incantò nessuno, ma che da quando siede sulla panchina a dirigere le orchestre è uno dei più stimati. Il feeling è immediato, ma si parla solo di buoni propositi: a cuocere, di carne, non ce n’è. Walter Mazzarri, infatti, l’anno successivo va a Livorno: Niccolò, pur restando a Pistoia, gli cura con dovizia il reparto osservazione speciale avversari, prestazione convincente visto che l’anno successivo, Mazzarri lo nomina ufficialmente la sua ombra, portandoselo in Calabria. Da quel giorno in poi la leggenda, la favola, diventano storia fino all’acquisizione del patentino da parte di Niccolò e la successiva nomina a vice mister, allenatore in seconda. “Cominciai immediatamente a collaborare con Mazzarri, seguendo dettagliatamente le sue richieste, che erano poi i suggerimenti e il segreto di questo lavoro. Continuo a farlo con la stessa umiltà del primo giorno e se dopo sette anni mi vuole ancora al suo fianco, credo di poter concludere di lavorare con cognizione di causa e profitto”. Del padre, Niccolò, preferisce non parlarne. Era troppo piccolo per stilarne un profilo e poi l’amore misto a venerazione che nutre per quella figura da troppi anni scomparsa è un affare personale, una nicchia entro la quale non vuole che qualcuno ci vada a ficcanasare. “Ricordo che mi diceva sempre di inseguire i miei sogni e di farlo con il massimo del rispetto, soprattutto degli altri”. Lectio brevis, come si dice, ma efficace, perché Niccolò, dalla rampante, calcisticamente parlando, Reggio Calabria, alla Genova blucerchiata di Cassano e Pazzini fino ad arrivare alla Napoli dove tutti vorrebbero che Lavezzi rispolverasse le ceneri della divinità Diego, non ha mai perso di vista la misura e l’importanza delle cose. Quando è a Pistoia parla di tutto, meno che di quel meraviglioso mestiere che la sorte gli ha dato in pasto. Anche con i calciatori, il rapporto è squisitamente professionale. “Ce ne sono di simpaticissimi, Pazzini su tutti, tanto per fare un nome di uno di quelli che è nato ad una decina di chilometri da dove vivo, ma anche di insopportabili e di questi non chiedetemi i nomi, perché non ve li faccio”. La vita di Niccolò Frustalupi in definitiva inizia ora, a trentatré anni: con sette anni alle spalle di assidua frequentazione di stadi e calciatori d’élite e un’adolescenza tanto normale quanto indelebile, quella che lo ha portato, integro, serio e sorridente, sotto i riflettori del calcio di massima serie. “Il sogno nel cassetto c’è, eccome e credo che sia anche facile indovinarlo: mi piacerebbe allenare una squadra di serie A. Ma sono solo agli inizi, ho davvero un mondo di cose da imparare: vivo alla giornata, puntando diritto i miei obiettivi, ma senza mai perdere di vista il dovere e il rispetto”, che è esattamente quello che papà Mario gli ha sempre raccomandato.

6,

feb at 2:15 PM

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