Il Giullare > Essere, avere, apparire
Stiamo vivendo una crisi economica senza precedenti, non tanto per la sua gravità in termini strettamente economici, quanto per le modalità con cui si estrinseca. Economicamente, pur essendo una crisi grave, non raggiunge le crisi del secolo trascorso, non fosse altro perché il tenore di vita ora è molto più alto di quello del secolo scorso e la crisi, per così dire, taglia il superfluo ma non il necessario. Comprare una borsa o un vestito in meno non è una rinuncia di qualche gravità, se non per il reddito dei commercianti. Ma rinunciare a comprare e affrontare il vuoto interiore che spesso si cerca di colmare con le cose materiali può avere un grande buon effetto sulla propria vita, può spingere a superare il vuoto riempiendolo non di cose ma di altri contenuti più validi e duraturi. Siamo giunti a questa crisi con le case piene di cose, vestiti, scarpe, borse, occhiali, telefoni. Siamo giunti a questa crisi con il concetto che più hai più vali. Questo è il concetto che ha imperato finora e tuttora impera. Esistono gli status symbol che certificano a che status tu appartieni, non in modo diverso dall’India delle caste o dalla Roma schiavista. Avere le scarpe o la borsa di una certa firma ti inserisce in un certo livello sociale, ti dovrebbe contraddistinguere per appartenere ad un certo gruppo. Mi ha sempre fatto sorridere questo concetto imperante delle “firme”, sorridere per il presupposto fasullo su cui si basa, ovvero che una persona possa colmare il suo non essere, ove non sia, cioè ove non sia se stessa qualunque essa sia, ove non sia creativa e strutturata, mettendosi addosso una borsa firmata da non si sa chi, uguale a migliaia uguali in tutto il mondo. Una borsa, un abito, un seno nuovo, due labbra finte possono mascherare il vuoto interiore, non colmarlo, anzi casomai peggiorarlo. Eppure finora il mondo è corso ad avere per apparire, apparire ricche, belle, felici, di successo. Tutto questo però non ha riempito i vuoti dell’essere, della conoscenza, del rispetto e dell’educazione, li ha lasciati intatti, riempiendo le nostre strade di cloni vestiti tutti uguali, con le solite scarpe, le solite borse, i soliti vestiti, cloni convinti anche di essere “qualcuno”, inconsapevoli di essere cloni-burattini di un sistema economico tendente al profitto, che crea quindi bisogni indotti, bisogni che colludono con le aspirazioni di crescita delle persone, le aspirazioni ad… essere. Questa crisi potrebbe essere la crisi che smaschera le vere necessità che ognuno di noi ha, quella di essere se stesso e non di dover essere come ci chiede il sistema economico o sociale, la necessità di essere e creare che appartiene ad ogni persona e che ora può farsi strada per ricevere risposte non precostituite. Il ’68 ha infranto il muro della divisione sociale in caste, presente in Italia fino ad allora, ha liberato dal principio del dogmatismo, ma tutto questo è stato l’inizio di un processo che poi è stato incanalato in falsi bisogni, deviato in borse e scarpe firmate, SUV, status symbol e inibizione al pensiero autonomo. Credo fermamente che ognuno abbia la capacità e creatività di svilupparsi in modo autonomo realizzando ciò che realmente è, le proprie attitudini reali e fornendo con esse un vero contributo alla società, società che può diventare il luogo in cui tutte le soggettività, diverse una dall’altra ma con pari dignità, convivono e sviluppano l’Essere. Quel mondo che adesso si presenta come un noioso campo di fiori tutti uguali, cloni di quei pochi esemplari considerati validi, si può trasformare in un campo riempito di fiori diversissimi uno dall’altro, tutti ugualmente belli, tutti ugualmente necessari, con tante di quelle sfumature di tanti diversi fiori di tanti differenti colori da risultare di una bellezza unica ed incredibile. Occorre che ogni fiore decida di essere se stesso e inizi il cammino per svelare il suo vero colore e la sua vera forma, abbandonando la paura di essere se stesso diverso da ogni altro ed il sottile piacere di avere uguali che ti danno sicurezza trovando questa sicurezza nella critica al diverso e non nella forza dell’ essere se stessi. In tal modo non solo si svilupperà la bellezza ma anche diminuiranno le rivalità e i conflitti, non più resi necessari dal dover occupare il posto degli altri, avendone uno tutto proprio e unico.
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